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AQUILONIA
IN
ETÀ
SANNITICA
La
Campania contesa da Romani e Sanniti
La seconda
guerra sannitica era terminata nel 304 a. C. Romani e Sanniti, anche se
avevano sottoscritto un trattato di pace, avevano sempre mire espansionistiche
in Campania. Oggetto della contesa era questa regione, ricca di terreni
fertili e di derrate alimentari. Tra Roma e il Sannio la tensione era
tale che una nuova guerra poteva scoppiare da un momento all'altro.
Era
una vera e propria guerra fredda: si profilava una nuova prova di forza
tra i due contendenti, impegnati ciascuno a garantire la propria sicurezza.
In vista di un nuovo conflitto, le due potenze, già prima del 300 a. C.,
avevano messo in moto le loro diplomazie e avevano stretto nuove alleanze.
Erano manovre diplomatiche dirette a creare nuove alleanze con i popoli
stanziati alle spalle dell'avversario.
Nel
298 a. C., tutti i popoli dell'Italia settentrionale (Galli, Senoni, Etruschi,
Umbri, Sabini) e quelli dell'Italia meridionale (Sanniti e Lucani) si
sentivano minacciati da Roma: temevano la sua potenza e la sua prepotenza,
temevano di perdere le loro terre e la loro indipendenza. Per poter fronteggiare
questo pericolo anche i Sanniti miravano a procurarsi a Nord alleati da
scatenare contro Roma.
A
loro volta, i Romani, nell'intento di isolare il Sannio e consolidare
la loro egemonia nell'Italia centrale, avevano stipulato una serie di
alleanze con i popoli sabellici (Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani)
e avevano avviato trattative anche con i popoli della Puglia. Roma aveva
un obiettivo preciso: assicurarsi un saldo controllo dell'Italia centrale.
A
tal fine nel 304, grazie alle alleanze stipulate già coi Sabelli, prima
che finisse la seconda guerra, Roma aveva potuto iniziare, attraverso
la Val Nerina, la costruzione di una grande arteria militare (la via Valeria):
era una strada che da Roma doveva raggiungere la costa adriatica per accerchiare
il Sannio, per attaccare e aggredire i Sanniti, gli
Irpini1, dalla Puglia.
Due anni dopo (302), anche i Vestini erano alleati di Roma. Nel
302-301, i Romani avevano organizzato in Etruria parate militari allo
scopo di intimorire le città etrusche. Nell'Umbria meridionale, essi,
dopo aver preso Nequinum
con l'inganno,
vi avevano fondato una postazione militare per tenere a bada gli Umbri.
Questa colonia latina che, dal nome del fiume Nar, fu detta Narnia,
in Umbria presidiava
il primo tratto della via militare Roma-Adriatico, la via Valeria.
La
battaglia di Aquilonia
Una zona abbastanza
pianeggiante, adatta allo scontro fra le due armate (ogni legione era
formata da circa 4000 combattenti), era la
valle del Calaggio nel triangolo Lacedonia - Scampitella
- S. Agata di Puglia. Dunque, nella piana tra il fiume Calaggio
e S. Agata di Puglia deve
aver avuto luogo la battaglia finale tra Roma e i Sanniti. I due consoli
romani, che si tenevano informati tramite corrieri, decisero di attaccare
battaglia contemporaneamente nello stesso giorno.
Cominio, assediata, fu attaccata per evitare che mandasse
rinforzi ad Aquilonia. Il
console Papirio
aveva ben congegnato il piano di battaglia architettando anche un agguato
diretto a scompaginare l'armata dei Sanniti. Il tranello doveva scattare
quando il console avrebbe innalzato l'asta come segnale. La strategia
adottata da Papirio e le fasi della battaglia sono così descritte da Tito
Livio:
Volle il caso che mentre già stava uscendo in campo, un
disertore gli rivelasse che venti coorti dei Sanniti (erano formate da
circa 400 uomini ciascuna) erano partite alla volta di Cominio.
Per mettere al corrente di ciò
il collega gli mandò subito un messaggero; quanto a lui, fece
avanzare più rapidamente i suoi reparti. Aveva distribuito nei vari punti
le truppe di riserva e assegnato a ciascuna schiera il relativo comandante;
a capo dell'ala destra pose Lucio Volumnio, della sinistra Lucio Scipione,
a capo della cavalleria gli altri luogotenenti, Caio Cedicio e Tito Trebonio;
a Spurio Nauzio ordinò di togliere il basto ai muli, di condurli prontamente
insieme a tre coorti delle ali, facendo compiere loro un giro intorno
a un'altura bene in vista , e di farsi notare nel pieno del combattimento
sollevando quanta più polvere fosse possibile nel pieno del
combattimento2.
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La
disfatta di Aquilonia e la caduta di Cominio
Come si vede,
sono dettagli strategici che Livio 3
deve aver attinto nella relazione inviata al Senato e al popolo
romano dal console Papirio dopo la battaglia di Aquilonia. Questo stratagemma
seminò il panico e lo scompiglio fra le coorti linteate e fra i combattenti
sanniti che iniziarono una precipitosa fuga .
Scrive
Tito Livio:
"La schiera dei fanti che scampò alla battaglia fu ricacciata
verso l'accampamento o verso Aquilonia; la nobiltà e i cavalieri si rifugiarono
a Boviano. Il cavaliere insegue
il cavaliere, il fante il fante; le ali si volgono verso direzioni opposte,
la destra all'accampamento dei Sanniti, la sinistra alla città. Volumnio
prese l'accampamento alquanto prima; presso la città Scipione incontra
una resistenza più forte, non perché i vinti abbiano più coraggio, ma
perché le mura proteggono dagli attacchi più di una palizzata: di là tengono
lontano il nemico con lancio di pietre.
Intanto
sulla destra era stato occupato l'accampamento, mentre sulla sinistra
si levava dalla città un confuso vociare dei combattenti e della gente
in preda al terrore. Era la disfatta. Nel corso della notte, mentre una
delle porte era controllata dai Romani, la città era stata abbandonata
dai Sanniti: la popolazione era fuggita dalla parte opposta. Probabilmente,
vie della fuga erano state le gallerie e le grotte, ben visibili ancora
oggi, scavate nel sottosuolo tufaceo dell'antico centro abitato. Le grotte,
corrispondenti alle gallerie sotterranee, sono orientate in direzione
della via antica che attraversa la località Pauroso (locus pavoris
= luogo della paura) e porta in direzione di Pietra Boiara, in agro
di Teora, e di Montella (Bovianum in Hirpinis). Con
la stessa fortuna l'altro console Carvilio combatté a Cominio, dove i
combattenti sanniti erano numericamente inferiori. Attaccati da ogni parte,
i combattenti, abbandonate le torri e le mura, si erano rifugiati
nella piazza centrale, nel Foro, dice Livio. Gettate le armi circa 11.400
uomini si arresero al console: i morti furono circa 4.880. Cominio era
stata espugnata (fig.8). Sul campo di battaglia di Aquilonia (se dobbiamo
prestare fede alla cifra fornita da Livio) rimasero 24.340 combattenti
sanniti e ne furono fatti prigionieri 3870.
Ma
seguiamo ancora la narrazione di Tito Livio:
"Così andarono
le operazioni a Cominio, così ad Aquilonia; nel tratto compreso fra le
due città, dove ci si era atteso un terzo combattimento, non si trovò
traccia dei nemici. Richiamati indietro quando distavano sette miglia
(= km 10, 379) da Cominio, non parteciparono a nessuna delle due battaglie.
Quasi sul far della notte, quand'era ormai in vista l'accampamento, quand'era
in vista Aquilonia 4,
si fermarono alle grida che si levavano ugualmente forti da entrambe le
parti ; poi le fiamme che dalla zona dell'accampamento, il quale era stato
incendiato dai Romani, si propagarono per largo tratto, costituendo un
indizio più sicuro della disfatta, impedirono loro di proseguire oltre;
passarono tutta la notte senza chiudere occhio in quello stesso
luogo, sdraiati qua e là alla rinfusa, con le armi indosso, aspettando
e temendo la luce del giorno. Sul far dell'alba, mentre erano incerti
sulla direzione da prendere, sono improvvisamente volti in fuga: li aveva
avvistati la cavalleria, che inseguendo i Sanniti, usciti di notte dalla
città, aveva veduto questa moltitudine non protetta né da trincee né da
corpi di guardia. Tale moltitudine era stata avvistata anche dalle mura
di Aquilonia 5,
e già muovevano ad inseguirla anche le coorti della legione
; ma la fanteria 6
non
riuscì a raggiungere i fuggitivi, e la cavalleria ne uccise circa 280
della retroguardia 7
; in preda al terrore, abbandonarono molte armi e diciotto insegne militari;
il resto della colonna, incolume, com'era naturale in tanta confusione,
giunse a Boviano".
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L'ubicazione
di Aquilonia
Qualche storico
ritiene che nel Sannio ci siano state due Aquilonie, ma non vi sono fonti
storiche o epigrafiche di conferma. Gli studiosi più accreditati, a giusta
ragione, sostengono che vi era una sola Aquilonia, quella citata da Tito
Livio. Il teatro della battaglia del 293 è l'attuale Lacedonia
in Irpinia. A favore di questa tesi (Aquilonia = Lacedonia), vi
sono vari elementi utili:
1)
i passi di Dionisio di Alicarnasso e di Tito Livio, già citati
[pp.12,
13,14,15 del libro];
2)
la Carta di Peutinger, che è una guida stradale di età romana;
3)
le monete Akudunniad attribuite a Lacedonia;
4)
un'epigrafe, custodita nel Seminario vescovile di Lacedonia ;
5) il
passo di Plinio il Vecchio
1:
gli abitanti di Aquilonia ( gli Aquiloni)
erano stanziati nella II regione
augustea,
che comprendeva Apulia, Calabria (= Salento) e Irpinia
6)
le testimonianze archeologiche di età
sannitica, notevoli nel centro abitato e nel territorio;
7)
la presenza di un municipium in epoca romana.
1)
Dionisio di Alicarnasso menziona la spedizione dei Sanniti contro
i Lucani, loro confinanti. Livio attesta che i Sanniti, fallite le
trattative di un'alleanza militare coi Lucani, avevano invaso il territorio
lucano. Come si può notare, le versioni dei due storici concordano.
Il fiume Ofanto, come è noto, segnava il confine tra l'Irpinia e
la Lucania. Chi
erano dunque i confinanti dei Lucani ? I Sanniti Pentri
confinavano forse con l'Ofanto e
con i Lucani ? Non c'è
dubbio che i Sanniti invasori,
menzionati
da Dionisio di Alicarnasso e da Tito Livio, erano i Sanniti
irpini, confinanti
con i Lucani. Teatro
di guerra era la linea dell'Ofanto.
2)
Anche la Tabula di Peuntinger, una carta geografica di epoca romana
(circa 250 d. C.), segna sulla via Appia la stazione di Aquilonia (=Capo
dell'Acqua) tra Subromula (= Serroni di Bisaccia) e la mutatio
Ponte Aufidi o Pons Aufidi (= villa rustica di Bosco Siricciardi
nell'agro di Montevrede, AV). In
questa guida stradale, Aquilonia dista da Subromula XI miglia
(=VI miglia, rettificate) e da Ponte Aufidi VI miglia (= XI
miglia, rettificate) 2 .
Da notare: in questa Tabula il copista,
evidentemente distratto, ha invertito e alterato le distanze.
La
capitale del Sannio Pentro, Bovianum Vetus, era stata conquista
nel 311 a. C. e, sei anni dopo, nel 305, nello stesso territorio
era stata presa anche l'altra fortezza di Bovianum, sita su Montevairàno.
Rimaneva libero solo il Sannio meridionale. La terza guerra sannitica
durò ben otto anni (298-290 a. C.). Nel 298 Roma attaccò Bovianum (Hirpina)
e l'Aufidena (così allora si chiamava l'area dell'alto Ofanto):
il coronimo evidentemente è derivato da Aufldus = Ofanto.
3)
Nel 293, come abbiamo detto, ad Aquilonia era stata indetta la
mobilitazione generale: il che vuol dire che la nuova capitale del Sannio
libero era Aquilonia. La testimonianza è data dalle monete coniate
forse in quell'occasione.
Il noto glottologo Giacomo Devoto 3 scrive: Di Aquilonia, irpina, si ha pure
una moneta di bronzo con la testa di Athena e la leggenda: Akudunniad."
4)
Il nome Akerunnia (= Cicogna madre) ricorre anche nelle
famose Tavole di Gubbio 4.Una
epigrafe lacunosa (ha un angolo frantumato), trovata a Lacedonia, in località
Capo dell'Acqua, è custodita nel Museo Diocesano (foto 8). L'iscrizione
si presta a letture diverse: 1 ."ECNE(R) ACRIV"; 2. “ECN(AR)
ACRIV..."; 3."EGNA(TIVS) AGRIV...".
La
prima lettura
testimonierebbe l'origine
osca dell'epigrafe:
ECNE. . .ACRIV = EC NE(R) AK(E)RIV
5 = Ecco il nume: la Cicogna.
Seconda
lettura: EC N(A)R AK(E)RIV = Ecco la sorgente Cicogna. Quale? Capi
dell'Acqua 6 ? Proprio qui, in età
romana, sulla via Appia era la stazione di Aquilonia (mutatio): ancora
oggi vi è una grossa sorgente d'acqua. Terza
lettura: EGNA.../ ACRIV = EGNA(TIE) A(NIMO) G(RATO) R(ECIPE) I(VSTUS)
V(IR) = “O Egnazio, uomo illustre, accetta con animo grato (questa
lapide)".Va osservato che ACRIV non sembra una sigla: le singole
lettere di ACRIV non sono seguite da punti. Chi era quest'illustre
personaggio?
Gellio
Egnazio 7 era il condottiero
sannita di cui abbiamo già parlato. Egli, nel 296 a. C., era stato protagonista
di un'azione in grande stile contro Roma: nel corso della terza guerra
sannitica, a capo di un esercito sannita, si era recato in Etruria per
coalizzare Etruschi, Galli Senoni e Umbri e per sferrare insieme un attacco.
Era proprio di Aquilonia quel grande condottiero, caduto nella sanguinosa
battaglia del Sentino (=Sassoferraìo.
AN) ?
Nella
guerra sociale, com'è noto, gli Irpini furono fra i popoli insorti contro
Roma: rivendicavano anch'essi la cittadinanza e il diritto di voto. L'epigrafe
potrebbe riferirsi a Mario Egnazio, protagonista e capo militare in quella
guerra. Mario Egnazio, generale sannita durante la guerra sociale (forse
era il capo dei rivoltosi irpini), unitosi ai Galli, sconfisse presso
Camerino la legione romana del propretore L. Cornelio Scipione Barbato.
Mario Egnazio, citato da Appiano 8,
è incluso nella lista dei generali insorti nella guerra sociale: egli,
dopo aver sconfitto presso Teanum Sùlicinum il console L. Giulio
Cesare, prese per tradimento Venafro uccidendo due manipoli di soldati
romani. Ma nell'89 a. C. Gaio Cosconio, dopo aver devastato i territori
di Larinum, Asclum (Ausculum) e Venusia uccise il coraggioso
condottiero sannita. Era un irpino?
L'epigrafe
citata, probabilmente, risale alla guerra sociale (91-87 a.C.), quando
Aquilonia, inserita nel mondo romano, era già municipium. Il
popolo di Aquilonia, insorto contro Roma, però continuava a parlare
la lingua madre, l'osco. La lingua ufficiale era il latino. Il popolo,
dopo tre secoli di dominazione di Roma, non conosceva più l'alfabeto osco,
caduto in disuso.
Perciò
(se è valida questa interpretazione) nell' iscrizione osca sono usati
i caratteri latini. In questo documento epigrafico, Aquilonia, in tal
caso, rivendicherebbe la propria identità etnica, la sua autonomia. Infatti,
esalta il suo nume: la Cicogna. Nel documento, perciò, è usata
la lingua madre (l'osco), contrapposta alla lingua straniera, la lingua
latina, imposta da Roma.
5)
In età augustea, gli Aquiloni (= gli abitanti di Aquilonia),
erano stanziati nella II Regione augustea. Plinio
il Vecchio 9 elenca gli
abitanti (incolae) di questa regione in ordine alfabetico:
inoltre, nella seconda regione, nel territorio interno (intus
) degli Irpini, vi sono: la colonia di Benevento, che, in segno di
migliore auspicio, mutò il suo nome (un tempo si chiamava Malevento),
gli Acculani ( Arianesi ed Eclanesi ), gli Aquiloni ( Lacedoniesi
), gli Abellinati (Avellinesi) detti Protropi, i Compsani
(i Conzani), i Caudini (Montesarchiari), i Liguri Corneliani
e Rebiani..."
La
seconda regione comprendeva "Apulia, Calabria "( Puglia
e Salento ) e l'Hirpinia: l'irpinia però allora era più vasta:
comprendeva una buona parte del Beneventano. La terza guerra sannitica
finì nel 290 a. C.
Non
conosciamo le clausole esatte di quel trattato perché il testo originale
di Livio è andato perduto. Nelle Periochae è detto semplicemente:
"Fu rinnovato il trattato per la quarta volta". Si noti che
Roma, anche in questa circostanza, chiama alleanza (foedus) il
suo diktat, imposto ai Sanniti vinti: era un foedus iniquum. La
storia è scritta sempre dal vincitore.
6)
Il centro abitato e tutto il territorio di Lacedonia è ricco di
testimonianze archeologiche riferibili ad età sannitica (IV-III secolo
a. C.). Durante i lavori di sterro destinati alle fondazioni della Scuola
Media Statale di via F. De Sanctis furono sconvolti e distrutti vari strati
archeologici fitti di cocciame a vernice nera (si trattava di una discarica
d'età sannitica) e le terme di età romana. Così Lacedonia ha distrutto
la sua storia. In tutto il territorio di Lacedonia vi sono tombe d'età
sannitica e romane sconvolte dall'aratura meccanica.
7)
Tutta l'Irpina, dopo la guerra di Pirro, cadde definitivamente
in potere di Roma. Come risulta dalle epigrafi rinvenute nel suo territorio,
Aquilonia divenne municipium. In genere ( ne abbiamo fatto cenno
anche altrove) il municipio era una città annessa, preesistente al dominio
di Roma: era governata dai propri cittadini che però non godevano diritti
politici.
Potevano
conservare una certa autonomia amministrativa, le proprie istituzioni,
la propria lingua. Avevano però precisi doveri (munera): avevano
l'obbligo di pagare tributi, di fornire contingenti militari, di usare
la moneta coniata a Roma. In taluni casi, agli abitanti di un municipio
benemerito, era accordato il diritto di voto (ius suffragii) nei
comizi, che si tenevano a Roma e, a volte, anche il diritto di accedere
alle cariche pubbliche (ius honorum).
Di
qui deriva la distinzione fra municipium cum suffragio et sine suffragio
(municipio avente diritto di voto e senza diritto di voto). La progressiva romanizzazione portò in tutto l'Impero all'unificazione
delle istituzioni municipali che furono modellate su quelle di Roma.
Nel
municipium, in genere, tre erano gli organi municipali : I) l'assemblea
del popolo (comitia) 2) il senato (curia, ordo decurionum);
3) i magistrati (aediles,
quaestores, duumviri).Tutte
queste istituzioni
municipali sono attestate nelle epigrafi di Lacedonia. Dal III sec. a.
C. i municipi benemeriti ottennero man mano la cittadinanza piena con
estensione sia collettiva sia individuale.
Dopo
il 90 a. C., le città italiche, e tra queste Aquilonia (Lacedonia),
ottennero la cittadinanza romana e divennero municipi retti da quadrumviri
: due di questi si occupavano dell'amministrazione (aedilicia potestate)
e due delle questioni giudiziarie(iure dicundo). Nel 44 a.
C., in Italia tutti i municipi avevano già ottenuto la cittadinanza completa.
Intanto,
per poter
ristabilire la
verità storica,
riteniamo indispensabile avviare nella valle del Calaggio una sistematica
indagine archeologica diretta a individuare il luogo esatto della battaglia.
La ricerca va finalizzata anche alla ricostruzione delle fasi della famosa
battaglia e alla dinamica della strage.
Nei
posti, dove sono avvenute battaglie famose, le tracce non scompaiono come
la neve esposta al sole. Negli antichi campi di battaglia, l'aratura meccanica,
anche dopo tanti secoli, fa affiorare reperti che non sfuggono agli occhi
di un esperto archeologo, di un osservatore attento o anche di chi è cultore
di archeologia.
Anche
dopo secoli, un campo di battaglia può restituire testimonianze e oggetti
di epoca sannitica e romana, riferibili all'attività militare: reperti
ossei (resti scheletrici umani, frammenti di calotta cranica, mandibole
con denti, ossa prive di connessione anatomica), catene di carri da rifornimento,
frammenti di oggetti metallici appartenenti al mondo militare (armi da
lancio in frammenti, resti di armature, di cinturoni, pezzi informi di
metallo, proiettili di piombo (glandes plumbeae), pezzi di elmo,
frammenti di corazze, sostegni di pennacchi.
I
caduti nella battaglia di Aquilonia furono combusti oppure seppelliti
in fosse comuni, ricavate in concavità naturali ? I reperti ossei, gli
informi oggetti metallici, portati alla luce dall'aratura meccanica nella
valle del Calaggio, appartengono al mondo militare, oppure si riferiscono
a necropoli di epoche diverse? Nella pianura che declina verso la riva
sinistra del fiume Calaggio, specie nella località detta Serro dello Zimmaro,
l'aratura meccanica porta sistematicamente alla luce resti ossei e reperti
metallici. Tutta la valle del Calaggio è una zona archeologica di primaria
importanza: va sistematicamente indagata per ristabilire definitivamente
la verità storica.
La Soprintendenza Archeologica di Salerno e, soprattutto, chi scrive sperano
che siano segnalati eventuali reperti.
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