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A questa rivendicazione si
era accoppiato un diffuso malcontento per la condizione di sfruttamento
e di sottosalario cui erano sotto poste la maggior parte delle braccianti
di Lacedonia, ogni anno costrette per procurarsi un reddito e una
tutela previdenziale a spostarsi nel comune di Melfi in provincia
di Potenza a circa 50 Km. (35 Km)
Dopo alcuni incontri la comunità montana accettava di assumere
n. 69 braccianti di Lacedonia. Questo provvedimento rappresentava
un primo importante risultato.
Ma, dopo una media di circa 35 giorni di lavoro, il presidente della
comunità montana a causa dell'esaurimento dei fondi previsti
in perizia sospendeva tutte le lavoratrici a tempo indeterminato.
Immediata scattò la reazione delle operaie e del sindacato
per un provvedimento che, nell'ambito dei dipendenti della comunità
montana Alta Irpinia, colpirebbe solo le operaie forestali di Lacedonia.
Non avendo avuto dalla comunità montana alcuna garanzia concreta
per la continuità del lavoro la Federbraccianti-CGIL insieme
alle lavoratrici decidevano di attuare a partire dal 19 settembre
lo sciopero alla rovescia nei cantieri di rimboschimento in località
Mezzane e Concinto Fontana.
Il lavoro abusivo durò fino al 15 ottobre con il raggiungimento
per ciascuna bracciante delle 51 giornate di lavoro. La mobilitazione
attiva e combattiva delle donne e l'incalzante iniziativa delle
forze di sinistra e in particolare del PCI determinarono l'impegno
della comunità montana Alta Irpinia a chiedere alla Regione
Campania altri 25 milioni ai fini del completamento delle 51 giornate.
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