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Come in diverse parti d'Italia, anche in Alta Irpinia,
in seguito al Decreto Gullo del 19 ottobre 1944,
furono occupate da contadini delle terre incolte o mai coltivate.
Per poter ottenere, però, "la concessione di terreni di
proprietà privata o di enti pubblici, che risultavano non coltivati
o insufficientemente coltivati in relazione alla loro quantità,
alle condizioni agricole del luogo e alle esigenze colturali dell'azienda,
in relazione con le necessità della produzione agricola nazionale"[1],
era necessario che le associazioni dei contadini si costituissero
regolarmente in cooperative o in altri enti.
Così nacquero in Irpinia numerose cooperative e leghe contadine,
aderenti, per la maggior parte, alla Federterra. Una
cooperativa di oltre settecento soci sorse anche a Lacedonia.
Nell'agosto del 1945 si recarono a Lacedonia il dott.Ciro Tarantino
dell'Ispettorato provinciale dell'agricoltura e Raffaele Verdezza,
segretario provinciale della Federterra; costoro invitarono i
contadini lacedoniesi a non "accogliere le provocazioni
degli agrari e mantenersi fermi e disciplinati per far rispettare
il Decreto Gullo"[2]
riguardante la ripartizione dei prodotti in mezzadria.
I Decreti Gullo, però, non furono di facile attuazione[3];
infatti, inizialmente, si ebbero resistenze ed ostacoli da parte
delle autorità e dei proprietari terrieri. Per frenare un pò il
moto dei contadini, che diventava sempre più incontrollabile,
il Consiglio dei Ministri approvò, nell'ultima decade dell'agosto
1946, uno schema di Decreto, che apportava modifiche al D.L. del
19 ottobre 1944, n. 279.
Tali modifiche furono dettate dalla preoccupazione, da parte
del Ministero dell'Interno, del sollecito disbrigo delle pratiche
relative all'occupazione delle terre per ragioni di ordine pubblico;
dalla necessità di assicurare ai beneficiari l'assegnazione delle
terre per un tempo superiore ai quattro anni; inoltre, per garantire
l'assistenza tecnica agli assegnatari ed un eventuale finanziamento
da parte dello Stato.
Questi provvedimenti avevano di mira la necessità di assicurare
anche una maggiore produzione, l'ordine pubblico ed i capitali
per l'acquisto delle attrezzature necessarie alla lavorazione
della terra. Superflui ed inutili, però, si dimostrarono questi
provvedimenti per la rapida invasione delle terre incolte e, a
volte, coltivate. Per frenare le arbitrarie occupazioni, il Ministro
degli Interni, Mario Scelba, indirizzò ai Prefetti, nel settembre
del 1946, una Circolare contenente severe disposizioni; e poiché
in molti casi le occupazioni delle terre erano causate "dalla
lentezza delle Commissioni preposte a decidere sulle domande di
concessione presentate" il Ministro, nella stessa circolare,
aggiunse: "...ricordo che la decisione della Commissione
e l'eventuale successivo decreto di concessione da parte delle
Signorie Loro non devono tardare oltre il ventesimo giorno dalla
data di presentazione della domanda"[4].
In quel tormentato periodo venne ad insediarsi la voce di un
valente irpino, l'avv. Nicola Vella[5],
Sindaco di Lacedonia; egli, in un articolo dal titolo “La terra
ai contadini”; apparso sul “Corriere dell'Irpinia”;
del 12 gennaio 1946, sottolineò:.... dare la terra ai
contadini non vuol dire spezzettare il latifondo. Si tratta, invece,
di una vera e propria colonizzazione interna con le indispensabili
bonifiche: rimboschimenti, strade, case coloniche, acqua, scuole,
cattedre ambulanti, ecc., con lo scopo di permettere ai lavoratori
di stabilirsi in campagna . Il Vella aggiunse che i contadini,
da soli, non potevano operare grandi trasformazioni; difettavano
di capitali; inoltre, essi erano incapaci di adottare i migliori
metodi di coltivazione. "Perciò non basta dare -
concluse il Vella - la terra a chi ha interesse di coltivarla
bene, non basta trasferire completamente il contadino in campagna,
ma è necessario dargli i mezzi e la capacità di coltivare e migliorare
il suo campo e di rendergli la vita meno grama. Bisogna fare in
modo che il contadino trovi nel suo ambiente quei conforti indispensabili
per un normale vivere civile e non abbia nulla da invidiare all'operaio
della città".
Fu dal Vella anche sollecitata l'immediata attuazione della
tanto attesa riforma agraria" in modo che i mezzadri, i piccoli
fittavoli, gli enfiteuti, e in generale tutti coloro che coltivano
la terra con il loro personale lavoro e con quello della loro
famiglia acquistino la proprietà della terra che coltivano".
L’opera del Partito Comunista e delle leghe contadine, nei vari
Comuni dell'Irpinia, ebbe un ruolo determinante nelle battaglie
per la terra.
I Comuni dell'Alta Irpinia, nei quali questa lotta divenne più
aspra, furono: Lacedonia, Bisaccia, Calitri, Aquilonia e Monteverde.
Qui il movimento contadino si presentò più forte poiché maggiori
erano le sperequazioni nella distribuzione della proprietà e
la precarietà dei rapporti sociali nelle campagne. Per la esposizione
dei fatti di Lacedonia[6]
ci avvaliamo del verbale dei Carabinieri della locale
stazione, che trovasi allegato al fascicolo: "Processo contro
Amore Silvestro[7],
Zichella Saverio fu Saverio, Zichella Antonio di Saverio[8]
per concorso in invasione di terreno”; custodito nell'Archivio
del Tribunale di S.Angelo dei Lombardi.
Il Verbale fu redatto il12 marzo 1950 ed espone
i fatti verificatisi nella prima decade del marzo 1950. Con esso
i Carabinieri denunciarono Antonio Zichella, Pietro Rendina, Silvestro
Amore, Saverio Zichella, Giacomo Mattioli e Michele Pastore per
i delitti di istigazione a delinquere per aver pubblicamente istigato
i contadini di Lacedonia a recarsi nel Rione Padreterno per andare
ad occupare i terreni in località Chiancarelle e Salago di proprietà
Rossi di Anzano.
Le direttive per la invasione dei terreni scaturirono, secondo quanto
mi hanno riferito alcuni contadini intervistati, dalla riunione
tenuta, a porte chiuse, nei locali del Palazzo Comunale di Lacedonia;
ad essa vi presero parte il Sindaco Nicola Vella, Silvestro Amore,
Michele Rinaldi e l'avv. Graziadei. Gli imputati ed i testimoni
interrogati in merito, nel corso del processo, negarono decisamente.
Dal verbale sopra citato si rileva che i maggiori
animatori per l'occupazione delle terre furono Saverio Zichella,
Antonio Zichella e Pietro Rendina. I Carabinieri precisarono nel
Verbale che Saverio Zichella, alle ore 5,30 del 6 marzo, fu visto
girare, casa per casa, ad istigare i contadini a munirsi di arnesi
di lavoro e a recarsi in località Padreterno, ove tutti sarebbero
convenuti, per recarsi alla contrada Chiancarelle.
Nei giorni 6, 7, 8, 9 e 10 marzo, secondo quanto
riferiscono i Carabinieri, continuamente incitati dai due Zichella,
dal Rendina e dal Mattioli, i contadini tornarono sul campi invasi,
non curandosi della presenza degli uomini della forza pubblica;
anzi stando al Verbale, il Mattioli, per rassicurare i contadini,
avrebbe detto ad altavoce: "Non preoccupatevi. Per i Carabinieri
penso io e penserà l'On. Grifone"
[9]. Il 10 marzo, nella stessa località,
si concentrarono nuovamente i contadini di Lacedonia decisi a continuare
l'occupazione delle terre, in contrada Chiancarelle, del proprietario
Rossi di Anzano (Foggia)[10].
I contadini, stando alla dichiarazione del Rossi,
"procedettero ad una parziale zappatura del terreno distruggendo
recinti di filo spinato e arrecando notevole danno alla coltura
in atto"[11].
Gli anziani contadini ricordano che, nella prima decade del marzo
1950, Lacedonia aveva l'aspetto di un paese in stato di assedio;
dappertutto Celere e Carabinieri venuti da Napoli e da Avellino.
Questi militari si recarono subito nella zona Chiancarelle.
Appena furono sul posto intimarono di sgombrare
il terreno; subito dopo procedettero all'arresto di tutti coloro
che erano a portata di mano; "perfino due ragazzetti: di
quattordici e di sedici anni”
[12]. I contadini Lacedoniesi non opposero
grande resistenza; né i calitrani, d'altra parte, vollero esasperare
troppo i loro animi.
Il 12 marzo 1950 i Carabinieri della stazione di Lacedonia procedettero
anche all'arresto di Antonio Zichella e Pietro Rendina, ambedue
responsabili di istigazione a delinquere ed invasione di terreni;
denunziarono, invece, a piede libero perché latitanti, Silvestro
Amore, Saverio Zichella, Giacomo Mattioli e Michele Pastore, i quali
furono pure ritenuti responsabili di istigazione a delinquere. Il
Rossi si costituì parte civile e pertanto si diede l'avvio ad un
procedimento penale.
Il tribunaledi S. Angelo dei Lombardi, il 26 maggio 1951,
condannò Antonio Zichella, Pietro Rendina, Saverio Zichella,
Giacomo Mattioli e Michele Pastore a mesi due di reclusione e
L.15.000 di multa. L'Avv. Aurelio Genovese, avverso la sentenza
del Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, presentò, il 28 giugno
1951, la domanda di appello alla Corte di Napoli, che, però,
il 22 novembre dello stesso anno, confermò la sentenza di primo
grado pronunziata dal Tribunale di S. Angelo dei Lombardi.
La Corte di Appello, con la sentenza del 22 novembre 1951, destituì
di giuridico fondamento la pretesa teoria della così detta "occupazione
simbolica", sostenuta dagli avvocati difensori. Costoro,
infatti, a sostegno del ricorso in Cassazione, produssero una
serie di motivi; tra l'altro essi misero in evidenza che l'applicazione
dell'art. 633 del C.l: era errata in quanto la Corte di Appello
di Napoli aveva ritenuto che il delitto di invasione di terre
non sussisteva; e, infine, che l'occupazione delle terre era puramente
"simbolica" e che con essa i contadini di Lacedonia
"intendevano sollecitare l'approvazione della legge per
la distribuzione delle terre"
[13].
L'amnistia, giunta nel novembre1954, annullò la
sentenza impugnata presso la Corte Suprema di Cassazione; e, in
conseguenza di ciò, il reato fu dichiarato estinto. In seguito alla
pressione delle violenti agitazioni popolari culminate nel 1949
in Calabria e nel marzo1950 in Alta Irpinia, il Governo De Gasperi
concretizzò i suoi propositi di riforma agraria in tre provvedimenti
legislativi straordinari: la "Legge Sila" (maggio 1950);
la "Legge stralcio" (ottobre1950); e la "Legge Siciliana",
varata nel dicembre dello stesso anno dal Governo regionale dell'isola
[14]. In Irpinia si accesero vivaci discussioni fra i
sostenitori e gli avversari di una eventuale applicazione della
riforma agraria.
La stampa di ispirazione democristiana ("Corriere
dell'Irpinia" e "Il Lupo") si fece sostenitrice
della tesi secondo cui "gli agitatori comunisti pensano
di creare una situazione di carattere politico che non ha ragion
d'essere"
[15]; essa, inoltre, affermò che, nei paesi ove le terre
erano state occupate, non vi era alcun problema sociale da risolvere,
e, quindi, con sovrabbondanza di dati e cifre cercò, in ogni modo,
di dimostrare che "nella nostra provincia la proprietà è già
frazionata"
[16], "per cui la riforma fondiaria non fa per l'Irpinia"
[17].
Amodio La Sala scrisse che nell'Irpinia non esisteva
"né il problema per una riforma agraria come concepita in Italia,
né il latifondo da espropriare e quotizzare ai lavoratori della
terra, perché noi abbiamo già realizzato con mezzi civici il sogno
che in altre regioni d'Italia appartiene ancora ai mondo delle conquiste
sociali di là da venire... Qualunque sia il tenore della riforma
agraria e delle leggi speciali per la Sila o per la Marsica, a noi
Irpini non interessano come problema locale e forse la riforma
non toccherà nemmeno i vari Gambone
[18] 'et similia’; perché i terreni che agli ignari
sembrano incolti non possono servire che al pascolo, altrimenti
il prodotto non darebbe nemmeno 'o tummolo p' o compagno’
[19].
Il movimento contadino irpino, esaurita la fase
di occupazione delle terre, organizzò riunioni, assemblee, convegni,
inviò delegazioni a Roma per ottenere il provvedimento della inclusione
dell'Alta Irpinia fra le zone di applicazione della riforma agraria
approvata dal Parlamento. Una delegazione fu guidata dal Sindaco
di Lacedonia, avv. Nicola Vella; essa fu ricevuta dall'On. Segni,
allora ministro dell'Agricoltura. Il Vella consegnò al Ministro
un pro-memoria ed un opuscolo intitolato "ALTA IRPINIA",
che fu pubblicato nel 1948, a cura del Fronte Democratico Popolare
del Mezzogiorno[20].
"Io sostenni -scrive il Vella- che nell'Alta Irpinia,
se non vi erano latifondi, vi erano, però 'fondi lati; cioè
proprietà di oltre 70-100 ettari. Segni sembrò convinto. Poi
vi fu la crisi di governo ed al posto della riforma agraria vi
fu l'estensione del comprensorio Apulo-Lucano"
[21].
Per circa tre anni i contadini irpini lottarono
per l'estensione della Legge. La necessità dell'estensione della
legge fu oggetto di discussione nel Congresso dei Sindaci dei 23
Comuni della Baronia e dell'Alta Irpinia, tenuto a Bisaccia il
23 maggio1950; in questo Congresso i partecipanti misero in evidenza
la necessità di una gestione moderna dell'agricoltura e l'urgente
necessità di dotare i Comuni dell'irpinia di acqua e di altri servizi
civici. Queste esigenze, insieme a quella della costruzione di un
acquedotto in Alta Irpinia, furono ampiamente esposte dall'avv.
Nicola Vella nel corso di un convegno tenuto a Lacedonia l'11 ottobre1950
per la rinascita dell'Alta Irpinia. Questa lotta si protrasse fino
al marzo del 1952, senza che desse i frutti sperati; come compenso,
l'Irpinia fu inclusa nel comprensorio di bonifica Apulo-Lucano.
NOTE
[1] Cfr, l'art. I del Decreto Luogotenenziale. n.279, in Gazzetta
Uff., serie speciale,4 novembre 1944,n.77.
[2] Corrispondenza (anonima) da Lacedonia, in"Irpinia
Libera", Avellino, 9.8.1945.
[3]
Al Decreto del 19 Ottobre 1944 ne seguirono altri.
[4]
Il testo integrale della circolare trovasi in "Irpinia Economica",
Avellino 19.9.1946.
[5] Il Vella è nato a Monteverde (Av) il 22 ottobre 1902.
Laureatosi in giurisprudenza, si stabilì per alcuni anni a
Lacedonia, avendo sposato una figlia del dott. Michele Galderisi.
Fu pubblicista: diresse nel 1923 "La fiamma"e dal 1952
al 1958 il settimanale politico"Il progresso irpino";
fu pure direttore de "La Regione": attualmente (siamo
nel 1976) dirige "L’Italia forense". Ha scritto e scrive
di arte, poesia, critica, diritto. Dal 1924 al 1927 fu tra i migliori
del movimento artistico giovanile "La scapigliatura meridionale".
Per oltre un quinquennio, nel periodo dell'occupazione delle terre,
fu sindaco di Lacedonia; fu militanza politica nel PC.I. Infatti,
nelle elezioni politiche del 1958, egli fu un unsuccessful candidato
al Senato per il collegio altirpino per la lista dell'allora ben
noto movimento di "Comunita". pure Consigliere provinciale
dal 1952 al 1956. Fu componente del Comitato della Rinascita del
Mezzogiorno con l'ex Ministro Luigi Gullo, Francesco De Martino
ed altri. Per rispetto della storia bisogna aggiungere che al Vella
non fu del tutto riconosciuto il merito della sua pluriennale.
[6] I fatti di Bisaccia, Calitri,
Aquilonia e Monteverde saranno ampiamente trattati in un lavoro
che sto preparando da alcuni anni.(siamo ne1976 e non sappiamo se
il lavoro del prof.Chicone, deceduto in seguito al sisma del 1980,
sia stato compiuto o meno)
[7] Contadino.
[8] Figlio di Saverio.
[9] Pietro Grifone era deputato
del P.C.I..
[10] All'occupazione parteciparono
pure i giovani dirigenti della locale sezione comunista, A.Cocozzelo
e A.La Vacca. Antonio Cocozzello aveva scattato delle foto.
All'apparire dei Carabinieri, onde evitare il sequestro della macchina
fotografica, Cocozzello mise la stessa nella bisaccia del mulo cavalcato
dalla Guardia campestre municipale, Peppino Zichella; poi avvisò
del fatto l'interessato, rassicurandolo che, nella serata, sarebbe
passato da lui un amico per ritirarla. Due giorni dopo le foto dell'occupazione
delle terre apparvero su "L'Unità".
[11] Tale dichiarazione trovasi
in "Processo Verbale di Istruttoria Sommaria", fatto nella
Pretura di Accadia, il 27 aprile 1950 ed allegato al "Processo
contro Amore Silvestro…”, citato.
[12] Corrispondenza (anonima)
da Lacedonia, in "La Voce del Mezzogiorno", 18.3.1950.
[13] Dal ricorso in Cassazione
presentato dall'avv. Mario Palermo, avverso la sentenza della Corte
di Napoli del 22 novembre 1951, in"Processo contro Amore Silvestro,
Zichella Saverio..!', citato.
[14] A.Coletti, La questione
meridionale, S.E.I., Torino, 1974, p. 143.
[15]
Cfr. "Corriere dell'irpinia",
25 marzo 1950.
[16] Ibidem.
[17]
Cfr"Il Lupo", 24febbraio
1950.
[18]
Proprietario terriero di Lacedonia
[19]Cfr.
"Corriere dell'Irpinia", 29 aprile 1950.
[20] Nella prefazione si legge...
"le pagine di Vella descrivono condizioni di vita comuni al
Mezzogiorno in generale, accennano a questioni che valgono per ogni
regione meridionale, compongono insomma un quadro che non s'arresta
ai confini dell'Alta Irpinia. Sulla base della viva, concreta esperienza
di uomini, cose e problemi del Mezzogiorno che egli ha fatto giorno
per giorno, lavorando e lottando a Lacedonia e nell'Irpinia, Nicola
Vella è riuscito... a farci un quadro semplice e reale delle condizioni
di miseria, di arretratezza, di abbrutimento in cui vivono e lavorano
milioni di uomini e donne nel Mezzogiorno d'Italia".
[21] Da una lettera che il
Vela mi spedì il 29 ottobre 199?
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