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Era una sera tranquilla
quella sera del 22 luglio. In piazza F. De Sanctis i ragazzi
giocavano a "un' 'mbonda la luna"; quelli più
grandi passeggiavano discutendo ad alta voce; altri, invece,
preferivano godersi meglio la frescura sedendosi sugli scalini
del Seminario o magari per terra. Nella campagna illuminata
dalla intermittente luce di migliaia di lucciole ed allietata
da una grande orchestra di grilli, riposavano i contadini
dopo una intensa e sfibrante giornata di lavoro sotto i cocenti
raggi del sole: era il tempo della trebbiatura!
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Era una sera tranquilla
quella sera del 22 luglio. In piazza F. De Sanctis i ragazzi
giocavano a "un' 'mbonda la luna"; quelli più
grandi passeggiavano discutendo ad alta voce; altri, invece,
preferivano godersi meglio la frescura sedendosi sugli scalini
del Seminario o magari per terra. Nella campagna illuminata
dalla intermittente luce di migliaia di lucciole ed allietata
da una grande orchestra di grilli, riposavano i contadini
dopo una intensa e sfibrante giornata di lavoro sotto i cocenti
raggi del sole: era il tempo della trebbiatura!
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Verso la mezzanotte
la gente in paese non era ancora andata a letto; sedeva sui
gradini della propria casa e chiacchierava col vicino. Il
cielo era trapunto di stelle e, nella sua apparente immobilità,
qualcosa accadde che certamente non sfuggì agli occhi
di molti, come non sfuggì a quelli della vecchietta
Giuseppina Pio, nonna di don Antonio Pio; ella vide una stella
che rapidamente si mosse nel cielo lasciando una lunga scia
luminosa. Quella vecchietta interpretò l'accaduto come
un segno promonitore di prossima fine del mondo, di terremoto
o peste.
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Raccontano i vicini
di casa (tra i quali Cardellicchio Carmelinda nata Chicone),
che la vecchietta gridò ad alta voce di non andare
a letto perchè aveva il presentimento che qualcosa,
durante la notte, sarebbe accaduto; ma non gli dettero ascolto.
Dopo la mezzanotte ci fù una calma assoluta rotta di
tanto in tanto dagli strani latrati dei cani, dal canto dei
galli nei pollai e dall'inquietudine degli animali nella stalla.
La luna sembrò coprirsi di un velo rossastro.
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"Si levò improvvisamente
un vento caldo - raccontava Pasquale Pagliuca, che quella notte
si trovava nella tenuta Piloni (Macchia del Lupo) - accompagnato
da un rombo cupo, che terminò con una forte scossa ondulatoria
e sussultoria".
Poco dopo la mezzanotte - ricorda Rosa Bianco nata Auterio - udii
un gran rumore di travi e di tegole che "ballavano"; non
sapevo di che cosa si trattasse: Subito dopo sentii bussare alla
porta con un bastone: era "zio" Raffaele Fusco, che abitava
a fianco; egli gridò: "Antonia. Antò! Auzete,
auzete; è fatto lu tarramoto!".
" Sentii tremare il letto - racconta l'insegnante Leonardo
D'Agostino - poi la finestra si spalancò; il pavimento sprofondò
e con esso il cassone, che sollevò un grande polverone asfissiante".
Era il terremoto!
Svegliati nel cuore della notte, i lacedoniesi vissero attimi terribili:
grida di feriti, urla disperate dei sepolti vivi, rantoli di agonizzanti,
pianti di superstiti per il grande spavento e per la perdita dei
loro cari.
Mancava la luce elettrica. Intorno ai superstiti c'erano distruzione
e morte, macerie e calcinacci.
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Ai primi chiarori dell'alba
ancora più tetra si presentò la scena del disastro.
Sembrava che il paese fosse stato colpito, durante la notte,
da un bombardamento. Il senso dell'orrenda catastrofe non
lo davano soltanto i tetti e i muri crollati, i cadaveri insepolti
e ancora da tirar fuori dai mucchi di pietra; lo si poteva
leggere anche sul volto dei superstiti, di coloro che, scampati
in tempo, per tutta la notte avevano vagato ancora storditi
dal grande spavento, e stavano lì, lo sguardo fisso
al cumolo di pietre, con le narici e i capelli ancor pieni
di calcinaccio,
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nella stessa condizione di
chi, ricevuto un forte colpo, non piange finchè non comincia
il dolore; ed essi non piansero fino a quando non capirono che non
avevano più casa, nè i propri cari; quando cioè
quel mucchio di macerie in cui era stata ridotta la propria casa
non cessò di essere un'illusione per diventare una cruda
realtà.
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I superstiti si aggiravano
stravolti, distratti, inedebiti, quasi un'improvvisa follia
ne avesse distesi i lineamenti in una maschera raccapricciante
fra quelle rovine chiazzate di sangue, fra quelle case ove
sembrava essersi svolta una cruenta battaglia. Regnava tutt'intorno
il pianto, il lutto ed il terrore; e una pietà immensa
spirava da tutte le cose.
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Ed ecco cosa scrisse Herman
Carbone (1):
"A Lacedonia, dunque, anche lo stesso destino. Pochissime case,
forse quaranta, sono rimaste in piedi...Dei vecchi quartieri del
paese nessuno è scampato al cruento disastro, chè
le macerie, i morti, i feriti, sono disseminati dovunque. Anche
a Lacedonia si ha come l'impressione di trovarsi in zona di guerra,
poi che le profonde buche, le spaventose voragini d'ogni dimensione,
la somigliavano a una sterminata trincea ove sia scoppiata una gigantesca
Santa Barbara; ove, nel sangue affoghi un carnaio umano.
Strage e rovina....A pochi metri è una donna che scelte fra
le macerie, alcune quadrate e comode pietre, riponendo un'impressionante
cura in ogni gesto, ne forma un sedile sul quale riposa. Ma guarda
per terra; non ha un sorriso, una parola, un gemito; sembra di pietra
anch'essa. Me le appresso stupito....la donna guarda senza vita
un cadavere informe".
Crollarono, quindi, molte case in cui la nostra gente viveva quieta,
operosa, patriarcale, del tutto ignara di dover essere travolta
dalla rapidità d'un cataclisma.
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Racconta l'insegnante
D'Agostino:
"Tutte le strade erano ingombre. Le case erano crollate,
spaccate. Quando giunsi in Corso del Sole trovai la povera
"Mammciò", la moglie di Alfonso Paglia, il
vecchio organista, che dalla finestra di casa sua chiedeva
disperatamente aiuto. In Piazza F. De Sanctis vidi centinaia
di persone che urlavano, si lamentavano, si spingevano, litigavano,
si rinfacciavano; molti erano sdraiati a terra e rantolavano;
altri si abbracciavano.
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Mi diressi versi l'Istituto
Magistrale; anche là folla, urli, pianti, strilli; non se
ne capiva niente. Solo all'alba potetti rendermi conto della grande
sciagura che si era abbattuta su Lacedonia; le case erano crollate,
altre smozzicate, sgretolate, e ciò che rimaneva in piedi,
costituiva maggior pericolo.
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La gente correva di
quà e di là senza sapere dove, con la morte
dipinta sul volto. Vi erano madri che stringevano al petto
i loro pargoli; uomini che portavano altri bambini per mano;
cani, gatti, maiali, muli, capre, che, scampate alla morte
durante la notte, scappavano in tutte le direzioni. Ben 185
furono le vittime ufficialmente accertate (2); i feriti oltre
600; un numero imprecisato, ancora in vita, venne estratto
dalle macerie: Una bimba (3) di tre anni fu rinvenuta a distanza
72 ore dalla catastrofe e fu restituita alla vita per merito
del Tenente Torracci, del Milite Brusi e del Dott. Giuseppe
Sirignano.
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Il lavoro di scavo per
il recupero dei sepolti vivi continuò febbrilmente
specie quando verso sera giunse a Lacedonia il primo Gruppo
del 10° Reggimento Artiglieria pesante campale con a capo
il Colonnello Principe Biondi Morra Francesco a cui era stato
affidato il comando di tutto il settore disastrato che venne
diviso in zone. Il comando della zona di Lacedonia fu affidato
al Tenente Colonnello Lombardi Cav. Nardi.
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I soldati appena giunsero
furono messi a far da "beccamorti". Che spettacolo orrendo!
Ogni tanto tiravano un cadavere dalle macerie e lo coprivano con
una coperta. Per mancanza di bare i soldati seppellivano i morti
coprendoli con la nuda terra dopo averli cosparsi con calce vergine.
Poveri morti! Non avevano altro conforto che la nuda terra e il
pianto dei superstiti costretti a guardarli da lontano. "Tra
essi - ricorda il D'Agostino trattenendo qualche lacrima - c'erano
pure i due miei compagni Mario Clemente e Gaetano Autorino con i
quali fino a mezzanotte avevo giocato in piazza alla "Balalibera
e ad 'Un 'mbonda la Luna".
Per il mirabile slancio di solidarietà dei soldati il Consiglio
Comunale, riunitosi per la prima volta (il 3-8-1930) dopo il moto
tellurico, nell'Ufficio provvisorio di segreteria al Corso Aquilonese,
deliberò quanto segue:
"1. Sono nominati cittadini onorari di Lacedonia fascista il
principe Colonnello di Artiglieria Biondi Morra Francesco e il Tenente
Colonnello Lombardi Cav. Nardi.
2. E' istituito presso il Comune di Lacedonia l'albo d'oro ove saranno
consacrati tutti i nomi degli ufficiali e dei soldati del I Gruppo
del 10° reggimento Artiglieria pesante campale venuto quì
in soccorso dei sinistrati, nonchè i nomi di ufficiali e
Militi dell'Arma dei R.R.C.C. e della M.V.S.N. che diedero il loro
prezioso e immediato aiuto. Fir/to Podestà Cerchione".
Prestò il suo valido aiuto nel nostro comune, nei giorni
27 e 28 luglio 1930, anche una squadra di pompieri di Napoli al
comando del tenente ingegniere Gherardo Grippo, meritandosi, con
delibera del 10/3/1931 una ricompensa al valor civile con l'assegnazione
di una medaglia d'argento. Molti furono i lacedoniesi che si distinguero
per atti di coraggio anche se pochi sono stati ufficialmente menzionati
nelle delibera del 13/2/1931 e proposti per ricompensa al valor
civile. Una medaglia di bronzo fu assegnata a Giglio Michele per
aver tratto "in salvo numerose persone rimaste sepolte tra
le macerie".
Per la medaglia d'argento furono proposti:
1. Giannetti Rocco fu Ferrante di anni 51 (barbiere) per aver salvato
Bizzarri Saverio e sua moglie Saponiero Giovina, Bizzarri Luisa
e Cardellicchio Giuseppina.
2. Sessa Domenico di Michele (ramaio) di 19 anni per aver salvato
la famiglia del prof. Ferrante Donato fu Enrico, rimasta sotto le
macerie.
3. Quatrale Rocco di Giuseppe di anni 40, (oste) per aver salvato
Troia Rosina, Francavilla Michele, Rinaldi Pasqualina, Pandiscia
serafina, Lo Buono Maria, Zicola Maria, La Stella Silvio e sua moglie,
Di Stefano Alfonso, Zichella Raffaele, Auterio Concetta, e Monaco
Elena.
Il Re Vittorio Emanuele e le Principesse di casa Savoia vollero
portare personalmente anche il loro conforto alla nostra Irpinia.
Il Re percorse in lungo ed in largo tutta la provincia confortando,
informandosi, dando disposizioni, rendendosi conto personalmente
di tutto il disastro e di tutte le necessità, stette a Lacedonia
e a Bisaccia, ad Aquilonia e a Villamaina, sulle verdeggianti colline
della Baronia e negli ospedali di Avellino i cui servizi di assistenza
e di soccorso ai feriti e agli orfani erano stati organizzati sotto
gli ordini e sotto la sorveglianza della Duchessa D'Aosta.
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(1) Hermann Carbone: "Irpinia Fascista",
29 luglio 1930.
(2) Dal Registro degli Atti di Morte dell'anno 1930; questi i dati
ufficiali; molti lacedoniesi, invece, ritengono che i morti dovettero
essere più di 200.
(3) Si tratta della signora Enza Scarano in Franciosi.
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Bibliografia di riferimento:
- Estratto da "IL TERREMOTO E IL VULTURE e UN EPISODIO DEL
TERREMOTO" di Luigi Chicone.
Il Comune di Lacedonia ringrazia tutti coloro che hanno fornito
immagini e notizie riportate in questo sito.
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