Storia Locale

Sommario della pagina



Panoramica storica dalle origini ad oggi

Abitata fin dall’età neolitica (come testimoniano i resti di armi in rame e altri reperti), Lacedonia fu chiamata prima Akudunniad dagli Osci e poi Erdonea forse dal nome di un conquistatore. Dopo frequenti distruzioni, fu riedificata dai Romani, prese il nome di Aquilonia, venendo inclusa nella Tribù Galeria. Si chiamò, in seguito, Al Cidonia e Cedogna fino al 1800. Infine, prese l'attuale denominazione. L’immagine più antica dello stemma di Lacedonia era l'Aquila; lo stemma della Cicogna apparve per la prima volta in un manoscritto del 212 a.C. Le tracce più visibili della sua antichità ci portano nel 293 a.C. ad Aquilonia (oggi Lacedonia), dove, in località detta «Chiancarelle», fu combattuta la battaglia decisiva della terza guerra sannitica e la formidabile Legione linteata fu annientata dai Romani. Il Corso Aquilonese, sua strada importante, ne richiama l'antico nome. Sotto Roma, era un importante Municipio, come attestano le lapidi trovate sul posto, stele, monete, ricordi funerari, un tempio alla dea Iside. La città aveva la piscina, le terme, l'anfiteatro, lavatoi, giardini pubblici, una fornace e, in località Capi dell’acqua, una mutatio (stazione destinata al cambio di carri e cavalli). La via principale del paese è chiamata Corso Augustale in memoria dell'imperatore Augusto. Nel 212 a.C., Gneo Fulvio Proconsole Romano, si accampò a Lacedonia, nella zona di via Tagliata, con la speranza di riavere questa città fortificata, che si era ribellata ai Romani, parteggiando per Annibale vittorioso a Canne. Appena Annibale ne fu informato, accorse con le sue schiere che presentò subito in ordine di combattimento. I Romani, sorpresi dall'arrivo improvviso dei Cartaginesi, combatterono valorosamente, ma in disordine e furono sconfitti, lasciando sul campo 13 mila morti. Con l'avvento del Cristianesimo, Lacedonia fu possesso dei monaci benedettini, ai quali era stata donata dall'imperatore Giustiniano nel 5 I 7 d.C. Passò sotto il dominio dei Longobardi, dei Conti di Conza, dei Normanni; fu feudo dei Balbano, casato spodestato da Carlo d'Angiò, re di Napoli. In seguito, passò agli Orsini, principi di Taranto e Gabriele Orsini ricostruì la città distrutta dal catastrofico terremoto del 5 dicembre 1456. Fu teatro, nel 1486, della famosa Congiura dei Baroni. Nel 1496 Federico D'Aragona, Re di Napoli, investì del feudo di Lacedonia il suo cavallerizzo maggiore Ferdinando Pappacota, il quale nel 1500 eresse a occidente dell'abitato, fuori di esso, questo Castello con tre torri che si chiamò Nuovo per distinguerlo dall'altro, più antico degli Orsini. I Pappacoda tennero il feudo fino al I566, quando fu venduto ai Doria, signori di Melfi, che vi rimasero fino al 1806 anno in cui Napoleone Bonaparte sancì la fine del Feudalesimo. Dopo il 1860, nel territorio di Lacedonia, operarono briganti tristemente noti, quali Petrozzi, Marciano Lapio, Caruso, Sacchitiello, Crocco, Ninco Nanco. Il 17 gennaio 1875 il Collegio di Lacedonia elesse suo deputato, al terzo ballottaggio Francesco De Sanctis; il sommo critico, nominato Ministro della Pubblica Istruzione, volle fondare a Lacedonia la Scuola Rurale dell'Alta Irpinia, tra i primi dell'Italia unita, divenuta successivamente Scuola Normale e, con la riforma Gentile, Istituto Magistrale. La prima pietra fu posta il 28 ottobre 1878. Nel 1912 comparvero le prime automobili e nel 1924 fu realizzata la pubblica illuminazione dal Cav. Gerardo Alfonso Vigorita. Nel 1930, un violento terremoto ridusse il paese in macerie; parte della popolazione trovò alloggio in file regolari di casette asismiche, che sono state sostituite (2001) da abitazioni moderne, in concomitauza con l'opera di ricostruzione successiva al sisma del 23 novembre 1980. Fino al secondo dopoguerra Lacedonia è stata capoluogo di mandamento e del collegio elettorale omonimo. A Lacedonia operarono, con impegno civile, etico e politico, l'illustre meridionalista Manlio Rossi Doria, senatore di Sant'Angelo dei Lombardi e Nicola Vella, primo sindaco democratico del paese (1946), nonché consigliere provinciale di Avellino (I 952) e candidato al Parlamento. Negli anni '50 Lacedonia, sorretta da una convinta vocazione democratica, fu teatro di aspre lotte per l'acqua, per le terre incolte, per le libertà civili, per i diritti umani, per il lavoro e per lo studio. Intorno agli anni '60, Lacedonia era sede di importanti uffici: Curia vescovile, ENEL, Pretura, Caserma mandamentale, Caserma forestale, Uffici del Registro e delle imposte. Negli anni '70 era centro di animazione giovanile e di iniziativa culturale e artistica il Circolo Il Risveglio, guidato dalla instancabile vitalità del suo presideute Gino Chicone (deceduto a Teora col sisma del 23 novembre 1980). Nel 1976 il compianto avv. Tommaso Pandiscia costituiva la Pro Loco Lacedonia, distintasi negli anni successivi per l'eccezionale programma di attivita' artistiche, cultu­rali e ricreative. Nel 1978 il maestro Rocco Di Geronimo, grazie alle sue competenze e alle esperienze acquisite durante la sua permanenza negli Stati Uniti, riorganizzava il glorioso concerto bandistico Umberto Giordano, dovunque apprezzato e applaudito. Nell'estate 1989 veniva costituita la Pro Loco Gino Chicone intitolata al valente studioso e pubblicista citato. Nella primavera del 1995 si costituiva l'Associazione U.S.A.C.L.l. "Franca Libertazzi" nel nome e nel ricordo indelebile dell'amata professoressa, deceduta, in giovane età. Nel 1997 un gruppo di giovanissimi appassionati di musica dava vita ad un'altra Associazione culturale musicale: il Concerto bandistico "Michele Lannunziata", intitolato all'impareggiabile maestro già prima cornetta nella banda musicale della marina italiana. L’affermato gruppo è diretto dal giovane e valido maestro Giuseppe Lastella, diplomato al Conservatorio "D. Cimarosa" di Avellino.
Torna inizio pagina torna al sommario

Lacedonia dei Sanniti e dei Romani

Il Gruppo Archeologico di Lacedona ha estratto alcune pagine dal libro "Aquilonia in Hirpinis, Lacedonia in età Sannitica e Romana" di Nicola Fierro. La presentazione è di Pietro Mennea, eurodeputato, membro della Commissione Cultura, Istruzione, Sport, Informazione e Giovani in seno al Parlamento Europeo. Presentazione al libro L'Italia è, forse, il più grande museo a cielo aperto esistente al mondo: della qual cosa sono consapevoli tutti, eccezion fatta, a quanto pare, per molti italiani. Sono in tanti a non rendersi conto delle enormi potenzialità esistenti nel nostro Paese nel campo della cultura, dell'arte, del patrimonio storico ed archeologico, veicolo potente di uno sviluppo anche economico, se si riesce a tutelare e valorizzare adeguatamente il ricchissimo complesso di monumenti, siti archeologici ed ambientali, strutture museali che punteggiano a macchia di leopardo tutto il territorio nazionale. Ed invece la salvaguardia di tanti tesori grava, sempre più spesso, sulle schiene volontarie di appartenenti a diverse associazioni di volontariato. Opera preziosa, indubbiamente, ma che può risultare inadeguata rispetto all'entità dei compiti ed alla loro complessità. La salvezza e la valorizzazione dei nostri tesori nazionali dovrebbero entrare a pieno titolo nel quotidiano individuale di ogni singolo cittadino, permeando di sé i pensieri, la cultura e persino l'abitudine di tutti gli italiani. Importantissima, quindi, ai fini della formazione di una nuova coscienza collettiva, risulta essere l'opera divulgativa di queste associazioni che hanno fatto della formula no profit la loro bandiera. Pubblicazioni come questa, che hanno il grato compito di tenere a battesimo, sono importantissime e non soltanto per il contributo che offrono al dipanamento delle problematiche scientifiche inerenti alla storia ed all'archeologia, ma anche e soprattutto perché, visibilizzate e diffuse, svegliano le coscienze e gli intelletti dal torpore in cui sono immersi, suscitano curiosità ed interesse, incrementando il numero di coloro che si ergono a protettori e valorizzatori di una cultura finalmente riavvertita come propria, perché in essa è la radice dell'attuale società. Ritengo che l'Italia si avvierà sulla strada di una maggiore e ben più incisiva civiltà quando nei suoi cittadini maturerà il sentimento di " obbligo etico " di proteggere il patrimonio culturale, dimostrando in tal modo di aver finalmente compreso a chi esso appartenga e chi ne siano i soli proprietari: loro stessi. PIETRO MENNEA
Torna inizio pagina torna al sommario

La Congiura dei Baroni

Negli anni 1485-1487 Lacedonia fu teatro di un avvenimento al centro della politica italiana, che interessò papi e sovrani. Ferrante d’Aragona aveva consolidato il suo dominio su Napoli e il Regno, ed aveva nominato vicario del regno suo figlio Alfonso, Duca di Calabria. La politica aragonese tendeva a soffocare i particolarismi che avevano contrassegnato la politica angioina ed a rafforzare l’autorità centrale; l'idea dello stato assoluto e centralizzato non garbava ai baroni, attaccati ai loro privilegi, alle loro auto­nomie, ostili alla pressione fiscale degli aragonesi. La situazione divenne più preoccu­pante quando fu eletto papa Innocenzo VIII, che, come primo atto del suo pontificato, pre­tese dai nuovi sovrani del regno di Napoli il pagamento del censo, da tempo in disuso. Inol­tre, voleva profittare dell’antico malumore dei baroni contro gli Aragonesi per costituire una signoria personale per il suo figlio naturale Franceschetto Cibo. Il Conte di Sarno ed il Segretario del Re Antonello Petrucci, in odio ad Alfonso, Duca di Calabria, decisero di coinvolgere il Papa nei loro disegni. Alfonso reagì occupando il contado di NoIa ed incarcerando la moglie e i figli del Con­te di Nola. I Baroni tentarono anche un colpo di stato offrendo la corona a Federico fratello di Alfonso. Con Innocenzo VIII prendeva piede un nuovo guelfismo che si contrappo­neva ai ghibellini aragonesi; le cose politiche italiane erano sempre più confuse, con interventi di Renzo il Magnifico da Firenze e di Ludovico il Moro da Milano. Queste manovre portarono il Papa ed il partito antiaragonese ad offrire vantaggi terri­toriali alla Repubblica di Venezia per averla alleata. La guerra d'Otranto contro i Turchi aveva impoverito maggiormente le risorse economiche del Duca di Calabria, e aveva ge­nerato conseguenti inasprimenti fiscali. I Baroni chiesero a Venezia di «chazar questi tiranni, levar da tutto il Regno cusì grave iugo er redur dicto regno a l'obedientia de la Sede apostolica». Il Conte di Sarno Francesco Coppola ed Antonello Petrucci soffiavano sul fuoco, e Alfonso fece imprigionare il governatore dell'Aquila e i figli del Duca d'Ascoli. Alla con­giura intanto aderivano i più ragguardevoli patrizi del regno ed i più importanti personag­gi dell'apparato statale, i Sanseverino, i Del Balzo, i Caracciolo, ed altri che avevano beni e feudi in Irpinia. Si dovevano celebrare le nozze della figlia di Guglielmo Sanseverino con Troiano Caracciolo, figlio del Duca di Melfi. A Melfi convennero molti Baroni, invi­tati alle nozze, per discutere «le condizioni dei tempi, in che avevano da sperare ed in che temere» (Porzio). Da Melfi partì un'ambasceria per il Papa, che intratteneva rapporti con l'ultimo degli angioini, Renato, perché rivendicasse il Regno che era stato dei suoi avi, di suo nonno, di suo padre, ora occupato dall'aragonese. I baroni, d'altro canto, non disde­gnavano di chiamare i Turchi in Italia pur di abbattere gli Aragonesi. Fu solo la prudenza della Serenissima Repubblica di Venezia, timorosa di un rafforzamento del potere del Pa­pa, ad evitare il conflitto imminente. Da Melfi i Baroni salirono a Lacedonia, luogo rite­nuto al riparo da spie aragonesi e da interventi del Duca di Calabria, in cui Pirro del Balzo, che ne era feudatario, poteva garantire tranquilla ospitalità. La notte dell’11 Settembre 1486 i Baroni si radunarono nella chiesa di S.Antonio (che era al posto dell'attuale cattedrale) e, avendo nella mani l'ostia sacramentata, giurarono di farla finita con il re e con suo figlio Alfonso. Tra gli intervenuti c'erano Antonello Sanseverino principe di Salerno, Giovanni Caracciolo Duca di Melfi, Augilberto Duca di Nardò, il Conte di Sarno, Antonello Petrucci, ed altri Baroni di Principato Ultra. Un poeta dell'ottocento, il Chiaia, ha così ricordato la congiura: «Di Lacedonia ecco la roccia alpestre, là i ribelli a vendicare offese sull 'Ostia santa stesero le destre sperder giurando il seme aragonese». Ma Alfonso era vigile, la congiura fu scoperta, e la vendetta del Re fu terribile. Pren­dendo occasione dal matrimonio di una sua nipote, il Re riunì i Baroni nella sala grande di Castelnuovo splendidamente addobbata. Qui, annota Giannone, «l'allegrezza fu convertita in estremo lutto ed amaro pianto». E aggiunse: «il Re non volle farli morire da sé, ma destinò una Giunta acciocché ne fabbricasse il processo e li condannasse». I primi quat­tro furono uccisi in esecuzione della sentenza prefabbricata, altre uccisioni seguirono senza processo, i beni dei Baroni furono confiscati. Così finì la congiura dei Baroni e il signore di Lacedonia, Pirro del Balzo, perdette il feudo, gli averi e la vita. La chiesa di S.Antonio fu in seguito demolita. Dieci anni dopo Lacedonia passò in potere di Baldassarre Pappacoda...
Torna inizio pagina torna al sommario

La Relazione Ardoini

a cura di Roberto De Luca La relazione da cui sono tratte le pagine che parlano del nostro paese proviene dall’Archivio Doria-Pamphili in Roma ed è conosciuta dal nome dell’autore come Relazione Ardoini; essa costituisce il frutto di questa residenza melfitana. Pubblicata integralmente per la prima volta dalla Casa Editrice Tre Taverne [1], costituisce un testo molto interessante per tutti quelli che intendano approfondire la conoscenza delle realtà locali durante il viceregno spagnolo. Stilata nel 1674, essa descrive in modo dettagliato il Feudo di Melfi a quella data, con notizie storiche, sociali ed economiche riguardanti i singoli paesi. Di seguito vengono pubblicate le pagine che riguardano Lacedonia, non prima però di aver sommariamente esposto le vicende che riguardano il Feudo di Melfi. Lacedonia nel 1674 Pier Battista Ardoini, commissario di casa Doria in quel di Cremiasco, essendo morto il Governatore di Melfi Girolamo Chiavari, viene in data 20/5/1673 nominato dai Doria vice-governatore pro-interim dello Stato di Melfi. I Doria vengono investiti del Feudo di Melfi con la donazione fatta da Carlo V a favore di Andrea Doria il 20 dicembre 1531 ed in Melfi resteranno come Baroni fino al 1806, anno di abolizione della feudalità, come punto e centro d’interessi economici fino al 1953, allorchè vennero espropriati dalle proprietà terriere, in applicazione delle Leggi di Riforma agraria. Nel corso dei secoli il Feudo passa dall’originaria estensione comprendente Melfi, Candela, Forenza e Lagopesole, alla realtà presente all’Ardoini, in cui in poco più di mezzo secolo i Doria, acquistando paesi vicini, aggiungono al Feudo le terre di Lacedonia (1584) [2], Rocchetta (1611), Avigliano (1612) e San Fele (1613). C E D O N I A Fu diversità di pareri, qual doppo Melfi dovesse di queste terre del Stato havere la precedenza fra loro, e non meno hoggidì resta decisa la disputa. Pretese Cedonia come città dover ad ogn’altra essere anteposta, e pare, che a questa l’accompagni la raggione e l’opinione più comune. Avigliano non per questo si quieta intendendo come diadema ducale d’essere a tutte preferto. Forenza e Candela con l’essere anch’esse al mero Principato, e come corpo unito con questo si vantano più degne, e di dover in conseguenza seguire il suo capo, che è Melfi. Chi di loro habbi ragione, non voglio Io esser Giodice. Parlerò bensì di Cedonia, perché mi torna più a conto il discorso, e meglio mi riesce l’ordine, e questo sia senza preggiudicare alle raggioni d’ogn’una. Non è dunque questa città come sopra si vede di quelle che furono donate dall’Imperatore Carlo V, ma fu acquistato in appo dell’anno. Questa compra in tanto fu fatta per l’utile del reddito, che per l’avvicinanza di Melfi, benchè non sia così cospicua, ma molto inferiore d’ogni cosa. E’ pocho di sito, ma dalle vestigia apparenti convien sia stata maggiore; è cinta di mura, ma sono poco forti, ha cattivissimi casamenti e mal composti e anche quello del Vescovo è poco buono. Fa da 1200 anime, et a pari dell’altre terre è più tosto accresciuta che sminuita, et è numerata per fuochi 213, ma saranno per verità da 250. Le persone son non del tutto civili, ma né tampoco del tutto Rurali ed al pari delle altre terre procedono meglio d’ogn’altra. La Chiesa Madre è fuori della città, ed è poco ben tenuta, e dentro vi è una altra Chiesa in cui più sovente assiste il Vescovo per la lontananza di quella. In questa chiesa v’è sepolto vescovo Giacomo Candido di Ragusa 70 anni orsono [3] che fu in concetto di santità. Vi è il suo cappello, che si conserva in grande veneratione, et ha dato più segni di miracoli, particolarmente quando alla città ha da succedere qualche travaglio, o pure al Regno. Vi è un castello per fuori, ma vicino alle mura ed è di V.E., è assai antica e per accomodarlo bene da poterlo abitare vi vorrebbe buona spesa, e serve quando il Governatore va alla visita, vi si pongono dell’erarij i grani, che si raccogliono. L’aria non è stimata mala, ma neanche del tutto perfetta, massime per l’acqua de quale sommamente penuria. E’ discosta 12 miglia da Melfi, 3 dalla Rocchetta, ne più di sei da Candela; da Forenza miglia 28, così da San Fele ed Avigliano da 30 circa. Vi risiede continuamente il Vescovo, ed il moderno è messinese di casa Bartoli [4]. Questo fu prima del secolo amogliato, ed hoggidì ha figli viventi, e fattosi poi per la morte della moglie sacerdote, fu fatto vescovo in quella città. E’ un prelato d’ogni bontà e di ottime parti, timorato d’Iddio a tutto potere caritativo alli poveri, esemplare nell’operare, discreto nel parlare, e non vi èstato alcuno, che meco non se ne sia lodato,et usque ad sidera l’habbi esaltato. Di V.E. è osservantissimo, et in ogni occorrenza stimo possa promettersi, non mostrando egli maggiore ambitione che d’incontrare le sodisfationi di V.E., e quello che promette ho visto che l’attende, al contrario di qualche altro prelato. Non è d’intelletto molto sottile, né perspicace, ma non già goffo, ed non ha tutta quella virtù ne scienza ma non è tampoco ignorante. Detto vescovado gli rende da D.ti 800 annui, e vi ha pensione di D.ti ma è comoda di proprij beni per la voce che corre. Il territorio di detta città è montuoso, et assai boscatico ma abondante di grano, vi nasce vino, vi sono frutti; pascoli bellissimi per animali, tanto d’està che d’inverno e publici e privati ed hanno Demanio, ma i migliori sono quelli di V.E., e questi animali sono di gran sollievo al pubblico et al privato. Ben è vero ch al solito di Regno, quasi tutti detti bestiami sono di Preti e Cappelle, quali più facilmente possono tenerli e con maggior vantaggio e per le franchitie che godono di gabella, ed altro.. Sono però di giovamento a V.E. perché le sue difese se non crescono si mantengono e gli cittadini pur ne sentono ad custodirli e recapitarli. E’ soggetta la città al Principato Ultra et all’Audienza, che hoggidì si dimora in Montefuscolo, e non è molto travagliata da detta Audienza si perché non vi è occasione, che per essere quei cittadini assai docili et mansueti, più amici del negotio e travaglio che dell’armi. Confina con Melfi, con Minteverde, che è del Principe di Monaco, con Carbonara di Giov. Vincenzo Imperiale, e Bisaccia del Duca di Cerignola di casa Pignatelli, e con Santagata del Conte di Potenza di casa Loffredo, e con ognuno di detti confinanti si suole stare e mantenersi di proprio senza intorbodare il vicino. Bibliografia di riferimento: [1]Pier Battista Ardoini, Descrizione del Stato di Melfi, Casa Editrice “Tre Taverne” Lavello 1980. [2] Lacedonia venne ceduta dai baroni Pappacoda a Zenobia Doria nel 1584. [3] Candido Giacomo, vescovo di Lacedonia dal 6/11/1606 all’agosto 1608. [4] Bartolo Benedetto, vescovo di Lacedonia dal 12/9/1672 18/9/1684.
Torna inizio pagina torna al sommario

Torna inizio pagina torna al sommario

Il brigantaggio nella zona di Lacedonia

I briganti trovarono, nell'Alta Irpinia e nel Melfese, il territorio più sicuro e congeniale alle loro azioni. In queste terre operarono, spregiudicati e spietati, Petrozzi, Marciano Lapio, Caruso, Sacchitiello, Crocco e Nino Nanco. L'11 Settembre del 1862, con le loro bande, nella masseria Monterosso, tra Lacedonia e Carbonara (oggi Aquilonia), trucidarono 25 bersaglieri del 20° battaglione piemontese di stanza a Lacedonia, comandati dal sotto tenente Pizzi. Tuttavia, benchè si trattasse di briganti feroci e sanguinari, la gente del luogo li ricordava con nostalgia popolare, tanto è vero che, dopo la morte di Ninco Nanco facilmente si sentiva canticchire una patetica canzoncina che ripeteva: Ninghe Nanghe, peccè si muert. Pane e vino nun t'è mancat. La nzalate stia all'uerte. Ninghe Nanghe, peccè si muerte. Di quel periodo rimane il Casone di Montevaccaro, che circa centoquaranta anni fa era un vero e proprio fortino per la difesa contro i briganti. Si trova in contrada Montevaccaro nel tenimento di Lacedonia, visibile, sulla sinistra, poco prima di arrivare al casello di Lacedonia venendo da Bari, in una zona un tempo coperta da fitte boscaglie.
Torna inizio pagina torna al sommario

Il terremoto del 23 luglio 1930

a cura di M.Scarano Era una sera tranquilla quella sera del 22 luglio. In piazza F. De Sanctis i ragazzi giocavano a "un' 'mbonda la luna"; quelli più grandi passeggiavano discutendo ad alta voce; altri, invece, preferivano godersi meglio la frescura sedendosi sugli scalini del Seminario o magari per terra. Nella campagna illuminata dalla intermittente luce di migliaia di lucciole ed allietata da una grande orchestra di grilli, riposavano i contadini dopo una intensa e sfibrante giornata di lavoro sotto i cocenti raggi del sole: era il tempo della trebbiatura! Era una sera tranquilla quella sera del 22 luglio. In piazza F. De Sanctis i ragazzi giocavano a "un' 'mbonda la luna"; quelli più grandi passeggiavano discutendo ad alta voce; altri, invece, preferivano godersi meglio la frescura sedendosi sugli scalini del Seminario o magari per terra. Nella campagna illuminata dalla intermittente luce di migliaia di lucciole ed allietata da una grande orchestra di grilli, riposavano i contadini dopo una intensa e sfibrante giornata di lavoro sotto i cocenti raggi del sole: era il tempo della trebbiatura! Verso la mezzanotte la gente in paese non era ancora andata a letto; sedeva sui gradini della propria casa e chiacchierava col vicino. Il cielo era trapunto di stelle e, nella sua apparente immobilità, qualcosa accadde che certamente non sfuggì agli occhi di molti, come non sfuggì a quelli della vecchietta Giuseppina Pio, nonna di don Antonio Pio; ella vide una stella che rapidamente si mosse nel cielo lasciando una lunga scia luminosa. Quella vecchietta interpretò l'accaduto come un segno promonitore di prossima fine del mondo, di terremoto o peste. Raccontano i vicini di casa (tra i quali Cardellicchio Carmelinda nata Chicone), che la vecchietta gridò ad alta voce di non andare a letto perchè aveva il presentimento che qualcosa, durante la notte, sarebbe accaduto; ma non gli dettero ascolto. Dopo la mezzanotte ci fù una calma assoluta rotta di tanto in tanto dagli strani latrati dei cani, dal canto dei galli nei pollai e dall'inquietudine degli animali nella stalla. La luna sembrò coprirsi di un velo rossastro. "Si levò improvvisamente un vento caldo - raccontava Pasquale Pagliuca, che quella notte si trovava nella tenuta Piloni (Macchia del Lupo) - accompagnato da un rombo cupo, che terminò con una forte scossa ondulatoria e sussultoria". Poco dopo la mezzanotte - ricorda Rosa Bianco nata Auterio - udii un gran rumore di travi e di tegole che "ballavano"; non sapevo di che cosa si trattasse: Subito dopo sentii bussare alla porta con un bastone: era "zio" Raffaele Fusco, che abitava a fianco; egli gridò: "Antonia. Antò! Auzete, auzete; è fatto lu tarramoto!". " Sentii tremare il letto - racconta l'insegnante Leonardo D'Agostino - poi la finestra si spalancò; il pavimento sprofondò e con esso il cassone, che sollevò un grande polverone asfissiante". Era il terremoto! Svegliati nel cuore della notte, i lacedoniesi vissero attimi terribili: grida di feriti, urla disperate dei sepolti vivi, rantoli di agonizzanti, pianti di superstiti per il grande spavento e per la perdita dei loro cari. Mancava la luce elettrica. Intorno ai superstiti c'erano distruzione e morte, macerie e calcinacci. Ai primi chiarori dell'alba ancora più tetra si presentò la scena del disastro. Sembrava che il paese fosse stato colpito, durante la notte, da un bombardamento. Il senso dell'orrenda catastrofe non lo davano soltanto i tetti e i muri crollati, i cadaveri insepolti e ancora da tirar fuori dai mucchi di pietra; lo si poteva leggere anche sul volto dei superstiti, di coloro che, scampati in tempo, per tutta la notte avevano vagato ancora storditi dal grande spavento, e stavano lì, lo sguardo fisso al cumolo di pietre, con le narici e i capelli ancor pieni di calcinaccio, nella stessa condizione di chi, ricevuto un forte colpo, non piange finchè non comincia il dolore; ed essi non piansero fino a quando non capirono che non avevano più casa, nè i propri cari; quando cioè quel mucchio di macerie in cui era stata ridotta la propria casa non cessò di essere un'illusione per diventare una cruda realtà. I superstiti si aggiravano stravolti, distratti, inedebiti, quasi un'improvvisa follia ne avesse distesi i lineamenti in una maschera raccapricciante fra quelle rovine chiazzate di sangue, fra quelle case ove sembrava essersi svolta una cruenta battaglia. Regnava tutt'intorno il pianto, il lutto ed il terrore; e una pietà immensa spirava da tutte le cose. Ed ecco cosa scrisse Herman Carbone (1): "A Lacedonia, dunque, anche lo stesso destino. Pochissime case, forse quaranta, sono rimaste in piedi...Dei vecchi quartieri del paese nessuno è scampato al cruento disastro, chè le macerie, i morti, i feriti, sono disseminati dovunque. Anche a Lacedonia si ha come l'impressione di trovarsi in zona di guerra, poi che le profonde buche, le spaventose voragini d'ogni dimensione, la somigliavano a una sterminata trincea ove sia scoppiata una gigantesca Santa Barbara; ove, nel sangue affoghi un carnaio umano. Strage e rovina....A pochi metri è una donna che scelte fra le macerie, alcune quadrate e comode pietre, riponendo un'impressionante cura in ogni gesto, ne forma un sedile sul quale riposa. Ma guarda per terra; non ha un sorriso, una parola, un gemito; sembra di pietra anch'essa. Me le appresso stupito....la donna guarda senza vita un cadavere informe". Crollarono, quindi, molte case in cui la nostra gente viveva quieta, operosa, patriarcale, del tutto ignara di dover essere travolta dalla rapidità d'un cataclisma. Racconta l'insegnante D'Agostino: "Tutte le strade erano ingombre. Le case erano crollate, spaccate. Quando giunsi in Corso del Sole trovai la povera "Mammciò", la moglie di Alfonso Paglia, il vecchio organista, che dalla finestra di casa sua chiedeva disperatamente aiuto. In Piazza F. De Sanctis vidi centinaia di persone che urlavano, si lamentavano, si spingevano, litigavano, si rinfacciavano; molti erano sdraiati a terra e rantolavano; altri si abbracciavano. Mi diressi versi l'Istituto Magistrale; anche là folla, urli, pianti, strilli; non se ne capiva niente. Solo all'alba potetti rendermi conto della grande sciagura che si era abbattuta su Lacedonia; le case erano crollate, altre smozzicate, sgretolate, e ciò che rimaneva in piedi, costituiva maggior pericolo. La gente correva di quà e di là senza sapere dove, con la morte dipinta sul volto. Vi erano madri che stringevano al petto i loro pargoli; uomini che portavano altri bambini per mano; cani, gatti, maiali, muli, capre, che, scampate alla morte durante la notte, scappavano in tutte le direzioni. Ben 185 furono le vittime ufficialmente accertate (2); i feriti oltre 600; un numero imprecisato, ancora in vita, venne estratto dalle macerie: Una bimba (3) di tre anni fu rinvenuta a distanza 72 ore dalla catastrofe e fu restituita alla vita per merito del Tenente Torracci, del Milite Brusi e del Dott. Giuseppe Sirignano. Il lavoro di scavo per il recupero dei sepolti vivi continuò febbrilmente specie quando verso sera giunse a Lacedonia il primo Gruppo del 10° Reggimento Artiglieria pesante campale con a capo il Colonnello Principe Biondi Morra Francesco a cui era stato affidato il comando di tutto il settore disastrato che venne diviso in zone. Il comando della zona di Lacedonia fu affidato al Tenente Colonnello Lombardi Cav. Nardi. I soldati appena giunsero furono messi a far da "beccamorti". Che spettacolo orrendo! Ogni tanto tiravano un cadavere dalle macerie e lo coprivano con una coperta. Per mancanza di bare i soldati seppellivano i morti coprendoli con la nuda terra dopo averli cosparsi con calce vergine. Poveri morti! Non avevano altro conforto che la nuda terra e il pianto dei superstiti costretti a guardarli da lontano. "Tra essi - ricorda il D'Agostino trattenendo qualche lacrima - c'erano pure i due miei compagni Mario Clemente e Gaetano Autorino con i quali fino a
Torna inizio pagina torna al sommario

Torna inizio pagina torna al sommario

L'occupazione delle terre in Alta Irpinia

L'intervento che segue è del prof. Luigi Chicone ed è contenuto in "Civiltà Altirpina", 1976. E' stato estratto dal volume "L'Occupazione delle Terre in Alta Irpinia" curato magistralmente dal prof. Paolo Speranza. Come in diverse parti d'Italia, anche in Alta Irpinia, in seguito al Decreto Gullo del 19 ottobre 1944, furono occupate da contadini delle terre incolte o mai coltivate. Per poter ottenere, però, "la concessione di terreni di proprietà privata o di enti pubblici, che risul­tavano non coltivati o in­sufficientemente coltivati in relazione alla loro quantità, alle condizioni agricole del luogo e alle esigenze colturali dell'azienda, in relazione con le necessità della produzione agricola nazionale"[1], era necessario che le associazioni dei contadini si costituissero regolarmente in cooperative o in altri enti. Così nacquero in Irpinia numerose cooperative e leghe contadine, aderenti, per la maggior parte, alla Federterra. Una cooperativa di oltre settecento soci sorse anche a Lacedonia. Nell'agosto del 1945 si recarono a Lacedonia il dott.Ciro Tarantino dell'Ispettorato provinciale dell'agricoltura e Raffaele Verdezza, segretario provinciale della Federterra; costoro invitarono i contadini lacedoniesi a non "accogliere le provocazioni degli agrari e mantenersi fermi e disciplinati per far rispettare il Decreto Gullo"[2] riguardante la ripartizione dei prodotti in mezzadria. I Decreti Gullo, però, non furono di facile attuazione[3]; infatti, inizialmente, si ebbero resistenze ed ostacoli da parte delle autorità e dei proprietari terrieri. Per frenare un pò il moto dei contadini, che diventava sempre più incontrollabile, il Consiglio dei Ministri ap­provò, nell'ultima decade dell'agosto 1946, uno schema di Decreto, che apportava modifiche al D.L. del 19 ottobre 1944, n. 279. Tali modifiche furono dettate dalla preoccupazione, da parte del Ministero dell'Interno, del sollecito disbrigo delle pratiche relative all'occupazione delle terre per ragioni di ordine pubblico; dalla necessità di assicurare ai beneficiari l'assegnazione delle terre per un tempo superiore ai quattro anni; inoltre, per garantire l'assistenza tecnica agli assegnatari ed un eventuale finanziamento da parte dello Stato. Questi provvedimenti avevano di mira la necessità di assicurare anche una maggiore produzione, l'ordine pub­blico ed i capitali per l'acquisto delle attrezzature necessarie alla lavorazione della terra. Superflui ed inutili, però, si dimostrarono questi provvedimenti per la rapida invasione delle terre incolte e, a volte, coltivate. Per frenare le arbitrarie occupazioni, il Mi­nistro degli Interni, Mario Scelba, indirizzò ai Prefetti, nel settembre del 1946, una Circolare contenente severe disposizioni; e poiché in molti casi le occupazioni delle terre erano causate "dalla lentezza delle Commissioni preposte a decidere sulle domande di concessione presentate" il Ministro, nella stessa circolare, aggiunse: "...ricordo che la decisione della Commissione e l'eventuale successivo decreto di concessione da parte delle Signorie Loro non devono tardare oltre il ventesimo giorno dalla data di presentazione della domanda"[4]. In quel tormentato periodo venne ad insediarsi la voce di un valente irpino, l'avv. Nicola Vella[5], Sindaco di Lacedonia; egli, in un articolo dal titolo “La terra ai contadini”; apparso sul “Corriere dell'Irpinia”; del 12 gennaio 1946, sottolineò:.... dare la terra ai contadini non vuol dire spezzettare il latifondo. Si tratta, invece, di una vera e propria coloniz­zazione interna con le indispensabili bonifiche: rim­boschimenti, strade, case coloniche, acqua, scuole, cattedre ambulanti, ecc., con lo scopo di permettere ai lavoratori di stabilirsi in campagna . Il Vella aggiunse che i contadini, da soli, non potevano operare grandi trasformazioni; difettavano di capitali; inoltre, essi erano incapaci di adottare i migliori metodi di coltivazione. "Perciò non basta dare - concluse il Vella - la terra a chi ha interesse di coltivarla bene, non basta trasferire completamente il contadino in campagna, ma è necessario dargli i mezzi e la capacità di coltivare e migliorare il suo campo e di rendergli la vita meno grama. Bisogna fare in modo che il contadino trovi nel suo ambiente quei conforti indispensabili per un normale vivere civile e non abbia nulla da invidiare all'operaio della città". Fu dal Vella anche sollecitata l'immediata at­tuazione della tanto attesa riforma agraria" in modo che i mezzadri, i piccoli fittavoli, gli enfiteuti, e in generale tutti coloro che coltivano la terra con il loro personale lavoro e con quello della loro famiglia acquistino la proprietà della terra che coltivano". L’opera del Partito Comu­nista e delle leghe contadine, nei vari Comuni dell'Irpinia, ebbe un ruolo determinante nelle battaglie per la terra. I Comuni dell'Alta Irpinia, nei quali questa lotta divenne più aspra, furono: Lacedonia, Bisaccia, Calitri, Aquilonia e Monteverde. Qui il movimento contadino si presentò più forte poiché maggiori era­no le sperequazioni nella distribuzione della proprietà e la precarietà dei rap­porti sociali nelle campa­gne. Per la esposizione dei fatti di Lacedonia[6] ci avva­liamo del verbale dei Cara­binieri della locale stazio­ne, che trovasi allegato al fascicolo: "Processo contro Amore Silvestro[7], Zichella Saverio fu Saverio, Zichella Antonio di Saverio[8] per concorso in invasione di terreno”; custodito nell'Archivio del Tribunale di S.Angelo dei Lombardi. Il Verbale fu redatto il12 marzo 1950 ed espone i fatti ve­rificatisi nella prima decade del marzo 1950. Con esso i Carabinieri denunciarono Antonio Zichella, Pietro Rendina, Silvestro Amore, Saverio Zichella, Giacomo Mattioli e Michele Pastore per i delitti di istigazione a delinquere per aver pubblicamente istigato i contadini di Lacedonia a recarsi nel Rione Padreterno per andare ad occupare i terreni in località Chiancarelle e Salago di proprietà Rossi di Anzano. Le direttive per la invasione dei terreni scaturirono, secondo quanto mi hanno riferito alcuni contadini intervistati, dalla riunione te­nuta, a porte chiuse, nei locali del Palazzo Comunale di Lacedonia; ad essa vi presero parte il Sindaco Nicola Vella, Silvestro Amore, Michele Rinaldi e l'avv. Graziadei. Gli imputati ed i testimoni interrogati in merito, nel corso del processo, negarono decisamente. Dal verbale sopra citato si rileva che i maggiori animatori per l'occupazione delle terre furono Saverio Zichella, Antonio Zichella e Pietro Rendina. I Carabinieri precisarono nel Verbale che Saverio Zichella, alle ore 5,30 del 6 marzo, fu visto girare, casa per casa, ad istigare i contadini a munirsi di arnesi di lavoro e a recarsi in località Padreterno, ove tutti sarebbero convenuti, per recarsi alla contrada Chiancarelle. Nei giorni 6, 7, 8, 9 e 10 marzo, secondo quanto riferiscono i Carabinieri, continuamente incitati dai due Zichella, dal Rendina e dal Mattioli, i contadini tornarono sul campi invasi, non curandosi della presenza degli uomini della forza pubblica; anzi stando al Verbale, il Mattioli, per rassicurare i contadini, avreb­be detto ad altavoce: "Non preoccupatevi. Per i Carabinieri penso io e penserà l'On. Grifone" [9]. Il 10 marzo, nella stessa località, si concentrarono nuovamente i contadini di Lacedonia decisi a continuare l'occupa­zione delle terre, in contrada Chiancarelle, del proprietario Rossi di Anzano (Foggia)[10]. I contadini, stando alla dichiarazione del Rossi, "procedettero ad una parziale zappatura del terreno distruggendo recinti di filo spinato e arre­cando notevole danno alla coltura in atto"[11]. Gli anziani contadini ricordano che, nella prima decade del marzo 1950, Lacedonia aveva l'aspetto di un paese in stato di assedio; dappertutto Celere e Carabinieri venuti da Napoli e da Avellino. Questi militari si reca­rono subito nella zona Chiancarelle. Appena furono sul posto intimarono di sgombrare il terreno; subito dopo pro
Torna inizio pagina torna al sommario

Le lotte bracciantili

SCIOPERO ALLA ROVESCIA - Lacedonia: 19 settembre 1979 Già nel mese di maggio per due volte consecutive una cinquantina di donne braccianti insieme ai dirigenti della Federbraccianti e al segretario della sezione del PCI avevano occupato simbolicamente la sede del comune di Lacedonia per rivendicare programmi di investimento nel settore forestale. La protesta fu portata a livello di comunità montana Alta Irpinia ove si rappresentò la necessità di predisporre a partire dall'anno in corso interventi organici per il recupero produttivo del vasto demanio pubblico. A questa rivendicazione si era accoppiato un diffuso malcontento per la condizione di sfruttamento e di sottosalario cui erano sotto poste la maggior parte delle braccianti di Lacedonia, ogni anno costrette per procurarsi un reddito e una tutela previdenziale a spostarsi nel comune di Melfi in provincia di Potenza a circa 50 Km. (35 Km) Dopo alcuni incontri la comunità montana accettava di assumere n. 69 braccianti di Lacedonia. Questo provvedimento rappresentava un primo importante risultato. Ma, dopo una media di circa 35 giorni di lavoro, il presidente della comunità montana a causa dell'esaurimento dei fondi previsti in perizia sospendeva tutte le lavoratrici a tempo indeterminato. Immediata scattò la reazione delle operaie e del sindacato per un provvedimento che, nell'ambito dei dipendenti della comunità montana Alta Irpinia, colpirebbe solo le operaie forestali di Lacedonia. Non avendo avuto dalla comunità montana alcuna garanzia concreta per la continuità del lavoro la Federbraccianti-CGIL insieme alle lavoratrici decidevano di attuare a partire dal 19 settembre lo sciopero alla rovescia nei cantieri di rimboschimento in località Mezzane e Concinto Fontana. Il lavoro abusivo durò fino al 15 ottobre con il raggiungimento per ciascuna bracciante delle 51 giornate di lavoro. La mobilitazione attiva e combattiva delle donne e l'incalzante iniziativa delle forze di sinistra e in particolare del PCI determinarono l'impegno della comunità montana Alta Irpinia a chiedere alla Regione Campania altri 25 milioni ai fini del completamento delle 51 giornate. Qualora vi fosse stato da parte della Regione e dell'assessorato agricoltura un diniego dello stanziamento straordinario, la comunità montana Alta Irpinia assumeva l'impegno di reperire i fondi necessari dal proprio bilancio. Nelle settimane successive il consiglio della comunità montana riconoscerà le altre giornate svolte abusivamente e provvederà anche al loro pagamento. Bibliografia di riferimento: - Estratto da "Lotte Bracciantili in Irpinia 1975-1983" a cura della Federbraccianti CGIL di Avellino
Torna inizio pagina torna al sommario



PROGETTO "RIUSO APPLICATIVI REGIONALI"
FINANZIATO CON FONDI
P.O.R. Campania 2000 - 2006 - Misura 6.2