Folklore

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Il dialetto di Lacedonia

Le origini Il vero dialetto lacedoniese è quello che affonda le sue radici nell'antichità, nel terreno classico, nelle sue derivazioni dirette dall'osco, dal greco e dal latino, conservato molto bene in quel fantastico ricettacolo che è il mondo rurale e contadino, ed arricchito, nel corso dei secoli da voci francesi, catalane, aragonesi, germaniche e persino arabe. Il vocabolo grasta è quasi una inalterata trasmissione del vocabolo greco ??st?a. Se il latino gastra significava, indistintamente, sia vaso che coccio [1] in greco, così come nel lacedoniese, ??st?a è inequivocabilmente il vaso per coltivare piante e i fiori [2]. Il latino mappa[3] è ben conservato nel termine lacedoniese "mappina" nel significato di 'straccio' pronto ad ogni uso; in senso figurato è usato per indicare uno stato fisico non proprio dei migliori - m'send na' mappin = mi sento uno straccio; o anche, e in modo maggiore, per indicare un forte ceffone in faccia: - mo' t' chiav nu mappin inda' la facc¶ = adesso ti incastro 'una mappina' nella faccia, che non potrà essere tradotto semplicemente "adesso ti do uno schiaffo", poiché implica l'idea, o meglio la figura mentale, della 'cosa' stropicciata, tumefatta, forgiata con violenza; (ti lascio la faccia in modo tale che sembri uno straccio); ed ancora: - l'agg¶ cumb¶nat na mappin¶ = l'ho ridotto uno straccio, sia fisicamente, dopo un litigio, che in senso figurato, in seguito ad un alterco verbale nutrito da ingiurie e calunnie. L'italiano, a differenza del dialetto, nella maggior parte dei casi non accoglie l'eredità classica e mutua da altre lingue gli stessi vocaboli, o ne è privo e deve far ricorso alla perifrasi: - cerasa > gr. ???as?? = ciliegia - làg¶na > gr. ???ana = pasta lavorata al matterello - spr¶longa > gr. sp??????a = piatto ovale - spòrta > lat. sporta = cesta - m¶sal¶ > lat. mensale = tovaglia da tavola - abbunato > lat. bonatus = privo di malizia, quasi scemo - precoca > lat. praecoca = pesca gialla - m¶nuzzaglia > lat. minutaglia = cose minute, di nessun valore Agli esempi di derivazione classica vanno accostati quelli derivanti da influenze linguistiche posteriori: cànnacca > dall'arabo 'kannaaka = collana di perle giarl¶ > aragonese 'giarra' = brocca vlanz > catalano 'balanza' = bilancia pcuozz > f rancese ‘bigoz’ = uomo da sacrestia buatta > francese ‘boitîte’ = barattolo La pronuncia del dialetto Il dialetto lacedoniese regola la sua pronuncia in base all'accento tonico della parola. Possono essere distinti due gruppi di vocali: - 1° gruppo: /a/, /i/, /u/ indipendentemente dall'accento tonico, possono essere pronunciate. - 2° gruppo: /e/, /o/ possono essere pronunciate solo se distinte dall'accento tonico. Le vocali che si scrivono e non si pronunciano non sono totalmente mute, ma presentano un suono indistinto, paragonabile, forse, a quello che doveva essere il cosiddetto sceva ¶ dell'indeuropeo. Le vocali finali generalmente non sono pronunciate; si verifica il contrario quando: 1) su di esse cade l'accento tonico come nella parola f¶l¶c¶tà = felicità 2) se formano una legazione vocalica sunata, la /a/ finale non si pronunzia, ma in 'sunata nostr' (suonata nostra), la vocale finale /a/ indistinta, che non si pronuncia in "nà sunat'", riappare, e si pronuncia, grazie alla legazione con la /n/ di nostra 3) nei monosillabi eccetto in quelli con /e/ atona Con queste regole sarà più chiaro il meccanismo di certe variazioni vocaliche es.: la festa si pronuncia la fest', ma piccola festa, o meglio 'festicella' si pronuncerà fstcell (f¶st¶cell¶, o meglio f¶st¶cedhr¶), non essendo più tonico l'accento sulla prima /e/, questa non è più pronunciata. La cacuminale La cacuminale retroflessa: da notare il passaggio di / ll / alle consonanti / dd /, che per la retroflessione dell' ultima /d/ conferirà al nesso consonantico un suono simile a /dhr/, ove il suono /r/ sarà dato formando il diaframma di articolazione con le estremità posteriori laterali della lingua che andranno a toccare i molari superiori destri e sinistri, e la punta della lingua leggermente retroflessa sotto il palato anteriore, subito dopo i denti incisivi superiori. Questo è un tratto tipico del dialetto lacedoniese riscontrabile solo nel dialetto di S.Andrea di Conza (ma sicuramente anche in altri dialetti della zona); è molto diffuso in Sicilia, e in alcuni testi dialettali è anche riportato graficamente, sia ddhr e sia dhr, ma la nostra pronuncia, di questo suono, è più mancata sia rispetto a quella di S.Andrea, sia rispetto ad alcuni dialetti catanesi e ragusani (facendo il militare ho potuto riscontrare in alcuni commilitoni della Sicilia, di cui non ricordo precisamente il paese, lo stesso modo di articolare questo nesso, con una retroflessione meno marcata rispetto alla mia). ESITO DI ALCUNI NESSI CONSONANTICI Oltre al già citato passaggio dell'occlusiva bilabiale /p/ in occlusiva velare /k/ ricordiamo, qui di seguito, l'esito di alcuni nessi consonantici. In posizione iniziale: - il /Bl/ latino passa prima a /Bi/ e in una fase successiva diventa /i/ Blank >Bianco > iang¶; bletulam > bietola > iet¶ - il nesso /Br/ diventa /Vr/ Vr/ > braccio > vrazz¶; questo fenomeno ricopre la stessa area di estensione /b/ - /v/ Internamente le consonanti possono trovarsi in posizione intervocalica o unite ad altre consonanti: come già accennato il nesso /mb/ si trasforma nella geminata /mm/ per reazione ipercorrettiva; - la /l/ di falce diventa /u/ - falce fauc¶ - /bl/ in posizione interna diventa / l’/ nebla >negli¶ - (Nebbia. In italiano /bl/ interno diventa /bbi/) Bibliografia di riferimento: [1] Satiricon di Petronio LXX, 6 e LXXIX, 8 [2] Ateneo, /199/. [3] tovagliolo usato oltre che a tavola, anche per portar via i cibi non consumati dall'ospite parassita; si veda il Satiricon di Petronio LX, 7e LXVI,4
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Detti e proverbi

-1- Vuo' vénc(e) la uèrr nu la fa si traduce: se vuoi vincere la guerra non farla. La guerra, infatti, è vinta solo da chi non ricorre ad essa per dirimere una controversia. In ogni caso, anche chi dice di aver vinto una guerra ha subito perdite umane e materiali, ha pagato un alto prezzo in distruzioni e morti. Chi non vuoi correre rischi non deve stra­fare: deve usare la ragione e la prudenza. -2- A lu tàur(o) furiùs(o) lu Patratern raj(e) r còrn cort. si traduce: Al toro furioso il Padreterno dà le corna corte, affinché non possa approfittare della lunghezza delle sue corna per dare sfogo alla sua innata aggressi vità. Analogamente, certi individui, malvagi e spietati per loro perversa natura, non hanno la forza e l'intelligenza necessarie per portare a termine le loro imprese criminose, non sempre possono attuare i loro disegni de -littuosi. -3- Quéddhr ca s' us(a) nunn'è na bona scus(a). si traduce: "Ciò che tutti o altri fanno, non è una buona scusa" Siccome le abitudini diventano, in qualche modo, come una seconda natura è Opportuno cercare di non crearsene di cattive. Virtù e vizi non sono altro, infatti, che il prodotto di atti ripetuti. Questo è il senso dell'aforisma dialettale che così sentenzia: per discolparsi. Dire "Ormai così si usa" oppure "Ma lo fanno tutti" non è una giustificazione per trasgredire la legge. Se l'uomo non sempre e in tutto può essere considerato responsabile di ciò che l'usanza Io trascina a fare, lo è degli atti con i quali, a poco a poco si è creato l'abi­tudine. -4- Chi arròbb poc(o) vaj(e) 'ngalèr(a), chi arròbb assaj fac(e) carriér(a) si traduce: "Chi ruba poco va in galera, chi ruba molto fa carriera" Sembra un paradosso, sarà o apparirà contrario al comune giudi­zio, tuttavia il verdetto esiste ed è questo: è un luogo comune troppo gene­ralizzato; d'accordo. Però spesso, molto spesso, in una società dove vige la legge del più forte, ad essere penalizzati più facilmente sono i più de­boli, i più indifesi, coloro che non hanno "peso". Mentre i pesci piccoli si lasciano catturare perché non sanno evitare di incappare nella rete, i pesci grandi trovano più facilmente il modo di sfuggire alla cattura. -5- Ru pan(e) senza suror(e) nun tèn(e) nisciun(o) sapor(e). si traduce: "il pane (guadagnato) senza sudore non ha alcun sapore". Infatti il pane più saporito, quello che si apprezza di più, è senz'altro il pane gua­dagnato col proprio lavoro. -6- P fa' ru pan(e) buon(o) 'ng(i) òl(e) la farina bòn(a) si traduce: "per con­fezionare il pane buono ci vuole la farina buona". Il significato dell'afo­risma è semplice: per "fare" bene una cosa bisogna "saperla fare". Si dice che un vestito è buono solo se è buona la stoffa che è stata usata per con­fezionarlo. Per fare bene certe azioni non basta la volontà se questa non è accompagnata da capacità e competenza. Le buone intenzioni non sono sufficienti per giustificare le nostre opere: ci vuole senno nell'iniziarle, nel continuarle, nel portarle a compimento; ci vuole quel senso pratico, figlio dell'esperienza, che tanto giova nel cammino dela vita e ci conduce al nostro fine, passo passo. -7- Val(e) chiù lu fum(o) r la casa mia ca l'arrust r l'àut(i)". si traduce:: "Vale più il fumo di casa mia che l'arrosto degli altri". 8) "Chi corr appriéss a lu ruosp car(e) int a lu fuoss" si traduce: "Chi corre dietro al rospo cade nel fosso". Colui il quale vuole inseguire una impresa difficile, come quella di voler catturare un rospo, non si il­luda che tutto gli vada per il verso giusto né si stupisca se dovesse incap -pare in un incidente di percorso. -9- Chi vaj(e) truànn n'amic(o) senza rfiett rèst sèmp senz'amic(i)" si traduce: Chi va trovando (cerca) un amico senza difetti resta sempre senza amici. Si sa che la perfezione non è di questo mondo, per cui è vano sperare di poter trovare un amico che non abbia almeno un difetto, pic -colo o grande che sia, fisico o morale, di carattere o di comportamento. Infatti, pur essendo un sentimento affettuoso e talvolta quasi fraterno fra due persone, raramente l'amicizia è assolutamente salda, schietta, pro­fonda, imperitura. -10- S' spàrt'n' lu suonn" si traduce: Si dividono il sonno. Quelle persone che, d'amore e d'accordo, vivono l'una per l'altra senza farsi sedurre dall'inte­resse e sono legate da una concordia di pensieri e di volontà tali che sa­rebbero capaci di spingere il loro amore scambievole fino a dividersi il sonno. -11- E' mègl(io) n'amic(o) viécch(io) ca duj(e) nuov(i) si traduce: E' meglio (avere) un amico vecchio (di vecchia data) che due nuovi. Un amico la cui amicizia dura da molto, più o meno, è di provata e consoli­data fedeltà, e ci si può fidare. Degli amici di nuovo conio, non avendone ancora collaudato la sincerità, non ci si può fidare ciecamente: potrebbero deluderci. -12- Cu na bòna cumpagnua è già fatt mezza via" si traduce: "Con una buona compagnia si è già percorso metà del cammino". La buona compagnia dà sicurezza e voglia di andare avanti. -13- Jérm sòr(e) e frat(e) quann mangiamm ru pan(e) r tata" si traduce: "Eravamo sorella e fratello quando mangiavamo il pane di nostro padre". E' un'antifona rivolta agli amici occasionali, a quelli che si profes­sano tali solo quando possono sfruttare un rapporto che, alla prova dei fatti, è basato solo sull'opportunismo. L'amicizia è ben altra cosa; è quel sentimento affettuoso, talora fraterno, che si stabilisce fra due persone disinteressatamente ed in maniera durevole. L'amicizia, quella vera, è un vincolo che prescinde da interessi e compromessi, e deve durare per tutta la vita, sempre ed in ogni circostanza. -14- "Ranant t'allisc(ia) e r'addrèt(o) t trarisc(e)". E' l'ipocrita che "davanti ti liscia (accarezza) e da dietro (alle spalle) ti tradisce". Sempre vero quello che lasciò detto e scritto Duprè: l'elogio è come un profumo.
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Il Carnevale a Lacedonia

Il Carnevale a Lacedonia è un'occasione di festa. Vengono allestiti i caratteristici carri allegorici che sfilano, accompagnati dalle maschere di tutte le età, per le strade della cittadina. La sfilata parte dal "piscilo" e proseguendo per corso Augustale, arriva in piazza De Sanctis dove, tra tipiche chiacchiere e qualche bicchiere di vino, si dà luogo all'incenerimento del pupazzo di Carnevale.
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Il Fuoco di San Giuseppe

E' una tradizione che si ritrova anche in altri paesi dell'Irpinia. La sera del 18 marzo, il giorno prima di quello dedicato a S. Giuseppe, vengono allestiti all'aperto grandi falò. E' un occasione per stare insieme in allegria e, accompagnati anche dal vino paesano, ci si riscalda intorno al fuoco fino a notte fonda.
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La Festa della Madonna delle Grazie

Durante le ricerche fatte nell'Archivio Vescovile di Lacedonia [1], non ho trovato alcun documento per poter datare, almeno approssimativamente, l'inizio della venerazione della Madonna delle Grazie, che, secondo la tradizione, risale a diversi secoli fa. Plurisecolare, quindi, è anche il Santuario, che trovasi, splendente di luce mistica a pie' di una collina, ad oltre 4 miglia da Lacedonia, verso Oriente. ingrandimento dell'immagine non disponibile Le origini del Santuario, tra leggenda e storia Le origini di questo Santuario, come ogni altro dedicato alla Madonna [2],hanno inizio da una leggenda, ancora oggi costante e nobile tradizione del popolo lacedoniese. La tradizione popolare, infatti, vuole che alcuni vaccari di Montella, pascolando le loro mandrie in contrada Forna [3], abbiano trovato, in un cespuglio, la statua della Madonna e l'abbiano portata nel loro paese. Un bel giorno, però, quei vaccari montellesi non riuscirono a trovare la statua, che, invece, fu ritrovata da alcuni contadini lacedoniesi sopra un olmo, poco distante dal punto in cui sorge il Santuario. Il Palmese, storico lacedoniese, è, invece, del parere che la statua della Vergine, quella di S. Donato, un Crocifisso ed una piccola immagine della Madonna dell'olmo, fossero state fatte "da taluni vaccari di Montella in tempi remotissimi" [4]. Questa affermazione è priva di fondamento storico, e, quindi, accettabile come la prima; essa, però, è più attendibile per il fatto che i vaccari montellesi (ancora oggi abili intagliatori) abbiano, durante le soste con le loro mandrie in contrada Forna, potuto donare, alla spoglia Cappella, le statue che essi avevano intagliato con mano abile. La presenza dei vaccari montellesi in contrada Forna costituisce un fondamento storico accertato, perché i più anziani ricordano che, nel periodo della transumanza, tal luogo offriva ottimi pascoli e acque limpide e fresche del vicino torrente Osento [5]. Nel 1850 il Sacerdote D. Raffaele De Mauro fece ricostruire la volta; forse per l'eccessivo peso, appena ultimati i lavori, crollò tutto il fabbricato irreparabilmente. Il popolo lacedoniese, sempre sollecito in queste occasioni, grazie alla sua profonda fede, cominciò la raccolta di ducati, che, insieme ai 100 offerti dal Re Ferdinando Il, di passaggio per Lacedonia, in occasione della visita alla città di Melfi distrutta da un terribile terremoto [6], servirono a rifare, poco distante dalla precedente, la nuova Cappella. Nel 1857 il Cappellano Giuseppe Lavacca fece restaurare l'immagine della Madonna. Ancora oggi non è spenta nei Lacedoniesi la grande fede e devozione verso la Beata Vergine; nei nostri cuori, infatti, arde lo stesso amore, che un tempo infiammò gli animi dei nostri Padri. I festeggiamenti Ogni anno, in aprile, e precisamente il lunedì in Albis, la statua viene portata in processione al paese ed esposta, per circa un mese, nella Cattedrale. La prima domenica di maggio la Madonna delle Grazie viene riportata nella sua chiesetta di campagna. immagine in allestimento I festeggiamenti durano l'intera giornata "in una magnifica cornice di verde, tra gli effluvi della primavera in fiore, unitamente all' azzurro immacolato del cielo, in una commovente sagra di popolo che riecheggia nel rito sincero il palpito della sua ardente devozione" [7]. La processione, muovendo dalla Cattedrale verso le sette del mattino, giunge al Santuario verso le 10. Spesso si nota che alcuni devoti alla Madonna seguono scalzi la processione per tutto il percorso. Lo spiazzale antistante la chiesetta si gremisce di pellegrini dei paesi viciniori (Monteverde, Aquilonia, Rocchetta S.Antonio) giunti a piedi o con asini o con automobili; altri hanno già preso posto all'interno della Cappella per assistere alla S. Messa solenne. Prima che la statua sia portata in chiesa vengono sparati i tradizionali fuochi artificiali. Non mancano i venditori di noccioline, torroni, bibite fresche, gelati e perfino di frutta. Al termine delle cerimonie religiose le comitive siedono all'ombra degli alberi del vicino bosco e consumano il pranzo portato da casa o preparato sul posto. immagine in allestimento Il luogo dove sorge il Santuario della Madonna delle Grazie è veramente incantevole; vi si arriva percorrendo una strada interpoderale che ha inizio nei pressi del Cimitero, corre agevolmente lungo la sponda sinistra del fiume Osento dalle fresche e limpide acque fino alla Cappella e prosegue per Aquilonia, dopo essere passata sul muro di sbarramento della diga [8], in agro di Monteverde, da poco costruita. Nei pressi del Santuario si è formato un bel laghetto, dove gli appassionati di pesca possono soddisfare il loro hobby. Tra gli alberi del vicino bosco i pellegrini possono tranquillamente consumare la colazione; il sottobosco, poi, è ricco di asparagi molto saporiti. Appuntamento, quindi, ogni prima domenica di maggio di ogni anno, alla Forna, dove, in occasione dei solenni festeggiamenti in onore della Madonna delle Grazie, si può trascorrere una giornata a diretto contatto con la natura, in luoghi non ancora contaminati dalla civiltà industriale. Note [1] Il lavoro del prof. Luigi Chicone risale al 1975 ed è qui riportato integralmente grazie al cortese consenso della famiglia. Solo questa nota non appartiene all'opuscolo. TORNA AL TESTO [2] Vedi a tale proposito, P.Rizzo,Il Santuario della Stella mattutina e la sua storia, in Voci da Mattinella, giornalino delle Scuole Elementari di Mattinella (Andretta) anno sc. 1972-73, n°2, pag.1. TORNA AL TESTO [3] In agro di Lacedonia, distante circa 7Km. dall’abitato TORNA AL TESTO [4] Can. P.Palmese, Notizie storiche di Lacedonia, Tip.R.Prete, Napoli 1876 TORNA AL TESTO [5] L'Osento nasce dal Monte Origlio, attraversa la contrada Pastena e il bosco di Origlio, si insinua tra il Monte Pauroso e quello della Fratta, bagna le contrade S. Ciso, la costa dei Disperati, il Roveto, il Petrizzo, la Forna; e, dopo aver alimentato un lago artificiale, tra le alture di Monteverde e quelle di Aquilonia versa le sue acque nel fiume Ofanto. TORNA AL TESTO [6] La grande scossa avvenne il 14 agosto del 1851 alle ore 2,22. Della provincia di Avellino subirono danni gravi Monteverde e Aquilonia mentre minori ne subirono Accadia, Bisaccia, Lacedonia e Anzano. Il Re Ferdinando Il si fermò a Lacedonia; ed ecco cosa scrisse il Palmese: "Al primo ingresso in Lacedonia suonarsi le campane a festa per la prossima venuta dell'adorabile Monarca. L'entusiasmo è generale ed in breve spazio di tempo cambiò di aspetto l'intera città. Ognuno con l'olivo in mano si vede tripudiare e già si avviano due drappelli di giovanetti l'uno, e di donzelle l'altro, guidati da particolari bandiere ed in bell'ordinate file, giungono alla punta delle Serre. Sorgeva in quel mattino il sole più ridente dell'usato, ed in quel punto cominciarono ad apparire il luccimanti (sic) delle armi per le truppe avanzate. Intanto la Cattedrale viene abbigliata delle stoffe servite prima nella festa del dì 8 settembre. Il portone dell'Episcopio, la porta Messere, e così tutte le case private. Dinanzi alla Cappella S. Rocco si fissa altra cappelluccia con molti ceri e torchi (sic) aventi le statue della Maestà Sua e della Regina. Esce il Capitolo col Vescovo e clero, ed in questo spiazzo si ferma per attendere l'arrivo del sospirato Monarca. Il tracciolino della nuova consolare in alcuni punti era pericoloso per la carrozza, per cui molti bracciali con le marre accomodarono alla meglio. A quando si udivano colpi di salve che echeggiando nella vallee (sic) rallegravano le adunate genti. L'Intendente di Avellino galoppan­do su brioso destriero precede, e proibisce lo sparo preparato in Città, onde non spaventare i cavalli della carrozza del Re, e dimanda
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La Festa di San Filippo Neri

S. Filippo Neri, chiamato "il Santo dell'allegria", è il compatrono di Lacedonia, il patrono è S.Nicola da Bari. La devozione per S. Filippo Neri, iniziata nel lontano 1782, é saldamente radicata nell'animo dei Lacedoniesi. Viene festeggiato per alcuni giorni, nella seconda metà di maggio. Le sentite manifestazioni di fede espresse in Chiesa e nella solenne Processione per le principali vie della città, sono alternate dai festeggiamenti di carattere civile: concerti musicali, spettacoli di cabaret, la sfilata della Banda Musicale di Lacedonia e infine, immancabili, i fuochi pirotecnici. Le decorazioni delle luminarie e i venditori ambulanti, che espongono i loro stands per le strade principali della cittadina, completano l'atmosfera di festa.
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La Festa di San Gerardo Majella

Ogni anno, il 16 Ottobre, a Lacedonia viene celebrata la Festa dedicata a San Gerardo Majella, il quale dimorò per qualche anno a Lacedonia. Infatti, è proprio a Lacedonia che avvenne il Miracolo del Pozzo. La festa di S. Gerardo Majella conferma ogni anno il forte attaccamento dei Lacedoniesi alla figura del SANTO che la Chiesa ha designato protettore ufficiale di mamme e bambini, consacrando la sua santità il 29 gennaio 1893 con Papa Leone XIII. I festeggiamenti cominciano con la Processione, in cui la statua di S. Gerardo viene portata a spalla con molta devozione, per le strade di Lacedonia; i festeggiamenti si concludono con i bellissimi fuochi d’artificio.
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La Festa di San Nicola

Il 6 Dicembre ricorre la festività di S. Nicola, patrono di Lacedonia, che viene celebrato con festeggiamenti di carattere religioso. Sentendo i racconti degli anziani, e da quanto si può evincere da alcune pagine del libro del Palmese, nella seconda metà del 1800, vi fu un catastrofico terremoto nella notte tra il 5 e 6 Dicembre e da allora furono sospesi tutti i festeggiamenti civili al Santo. Nicola è santo patrono dei fanciulli, degli studiosi, delle vergini, dei marinai e dei mercanti. Una leggenda narra dei doni segreti fatti da Nicola alle tre figlie di un uomo povero che, non potendo regalare loro la dote, si accingeva ad abbandonarle a una vita di peccato. Da questa leggenda proviene l'abitudine di fare doni in segreto la notte di san Nicola (6 dicembre); per la prossimità delle due date, il Natale e San Nicola vengono celebrati insieme in molti paesi dell'Europa centrale e settentrionale: Santa Claus, il Babbo Natale dei paesi anglosassoni che porta i doni ai bambini la vigilia di Natale, è infatti una corruzione di sanctus Nicolaus
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Il Natale a Lacedonia

Ormai solo gli anziani lo ricordano così, con la neve che imbiancava le vallate dell'Osento e del Toscano attutendone i colori forti dell'inverno, oppure con le cime del 'Monte' e di Origlio, di Macchialupo e della Mezzana, del Pauroso e delle Serre già bianche e sommerse sotto una candida coltre. Ogni anno la si sogna così questa festa universale. Perciò non resta che immergersi in quelle acque sicure, tra famiglia e tradizione, per rivivere i riti di un passato che non dovrebbe tramontare mai, per gustare quei sapori inconfondibili che sanno di casa e di genuinità, e non solo in campo gastronomico. E' uno zoccolo ancora duro il vincolo familiare a Cirogna, dove le usanze sentono anche l'influenza delle limitrofe Basilicata e Puglia. Come in altri paesi ed in altre Regioni, qui da noi il Natale è ancora oggi la sagra del baccalà e del pesce. Pescivendoli improvvisati andavano, e qualcuno va ancora oggi, a cercare il pesce con infinita pazienza, anche affrontando decine e decine di chilometri di carretto (ieri) o di automobile (oggi), per dare, a chi lo comprava, la possibilità di soddisfare il gusto di avere sulla tavola, la sera della Vigilia, anguille e capitoni pescati nella laguna di Lesina, ai piedi del Gargano. Ed ecco una bella corsa a Carife o a Sant'Agata di Puglia o a Barile per comprare olio fresco di frantoio, quell'olio genuino che dà sapore alle "pètt(o)le", una specie di frittelle grandi quanto un bignè, fatte di pasta lievitata, fritte e inzuccherate abbondantemente. Farina, olio e acqua: gli ingredienti poveri di quello che una volta era il pranzo dei poveri e che oggi è tradizione, un ritorno alle origini, anche se momentaneo, incastonato nella particolare cornice natalizia. Facevano della tavola gran festa anche i gustosissimi "cauzunciéll(i)", simili ai ravioli, imbottiti di pasta di castagne e di cioccolata, e cotti in forno; gli "sfringi" e gli "strufoli", fritti e poi passati nel miele; le "sfogliatelle", imbottite di ricotta o di marmellata di amarena; e tante altre specie di ciambelle e dolci natalizi che in ogni paese cambiano nome sol perché hanno qualche ingrediente in più o in meno. E stato sempre così. Ancora oggi il Natale, a Lacedonia, vuol dire ritrovarsi, incontrarsi, riunire almeno in quel giorno le famiglie una volta compatte ed ora sparse di qua e di là. Si cerca di comporre almeno in parte la diaspora che ha copiosamente salassato il nostro paese. E' il mito, ormai pressoché tramontato, della famiglia patriarcale che viene inseguito, riproposto e rivissuto anche se per poche ore. Ritornano gli emigrati, interi nuclei familiari ormai trapiantati in Lombardia o in Toscana, in Svizzera o in Germania, a Torino o a Roma, dove più folte sono le colonie di Lacedoniesi. Qualche giorno prima della Vigilia, già i primi treni straordinari scendono lungo la linea adriatica e colonne di macchine si incamminano sull'autostrada Milano-Bologna­Canosa-Lacedonia e Roma-Avellino-Lacedonia per riportare al paese natìo un considerevole numero di Lacedoniesi. Tra Lacedonia e le nuove patrie di adozione, questo interscambio di persone (e di merci) si ripete anche durante l'anno in occasione delle feste estive, della Pasqua e della commemorazione dei Defunti. I sapori di casa nostra vanno al Nord per dare colori e umori a un soggiorno forzato tra le nebbie e il freddo: gli stessi sapori che si preferisce gustare sotto il cielo di Lacedonia, quando è Natale. Tradizioni che si intrecciano. Però non ci si sente "stranieri in patria", anche se si parlano dialetti diversi. E questo, per buona sorte, non succede soltanto a Natale.
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